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Peppe Voltarelli (ex Parto Nuvole Pesanti): «’U lupu non si spagna. B come Baclet»

Peppe Voltarelli (ex Parto Nuvole Pesanti): «’U lupu non si spagna. B come Baclet»
Photo Credit To www.peppevoltarelli.net

di Antonio Clausi 
Il noto cantautore cosentino Peppe Voltarelli è legato alla tifoseria del 
Cosenza dalla sua gioventù. Tra un ricordo di Totonno Chiappetta e delle trasferte anni ’90, incrocia le dita e svela: «Col Sudtirol ho visto la gara da solo al bar. Ho gridato come un pazzo a Firenze tra i turisti…»

“U lupu si mova e non si spagna” potrebbe essere tranquillamente il motto del club. Un po’ come “You’ll never walk alone” che campeggia fuori i cancelli di Anfield Road a Liverpool. Peppe Voltarelli è un fiero esponente del cantautorato italiano all’estero, calabrese doc. Anzi cosentino e tifoso del Cosenza, perché nel clima di euforia collettivo che serpeggia tra il Pollino e la Valle del Crati, non c’è persona che abbia mancato di esultare come un matto domenica sera al minuto 94 del match col Sudtirol. Poi c’è chi in mezzo ai turisti di una città d’arte ha vissuto una catarsi in piena regola…

Voltarelli, lei da dove era in collegamento?
«Da Firenze. Mi sono accomodato al tavolino di un bar, da solo, e l’ho vista sul telefonino. Al gol del 2-0 mi sono messo a urlare e la gente non capiva cosa stesse succedendo. Pensava ad un malore, che qualcosa in me non andasse, ma come glielo spiegavo che avevamo segnato. Volevo andare a Bolzano: mi faceva ridere il fatto di giocare in quella città dove ho suonato diverse volte. Ho tanti amici, ma l’idea di mettere di fronte due squadre appartenenti a mondi così diversi è qualcosa di buffo».

Con il Parto delle Nuvole Pesanti ha praticamente inventato un genere miscelando melodie punk-rock e musica folk-popolare. Che ritmo darebbe alla finale di Pescara?
«Gli darei un ritmo di festa, perché è sempre bello quando la tua squadra del cuore arriva a giocarsi l’ultimo atto di una competizione. Non esaspererei la cosa, ma una tarantella ci starebbe bene, magari con un ritmo sincopato di quelli che fa vibrare il pubblico. Qualcosa di vulcanico può fare al caso nostro. Poi abbiamo Baclet, che è un personaggio pazzesco».

Nella sua carriera ha vissuto tante fasi lasciandosi contaminare e arricchire da aspetti come quello teatrale, televisivo, sociale… Qual è la costante?
«Non è mai mancata la voglia di autodeterminazione della lingua e la fierezza dell’appartenenza storica. Ho sempre avuto voglia di raccontare e di mescolare i racconti per non farli nascere e morire. La costante credo sia il desiderio di continuare a raccontare la Calabria, terra complicata, nel nostro dialetto».

Che dobbiamo aspettarci da Voltarelli per il futuro? Come ci sorprenderà ancora?
«In questo momento sto lavorando molto all’estero con Giorgio Conte, il fratello di Paolo. Ad esempio martedì partirò per il Canada dove faremo 10 serate. Continuo a scrivere canzoni portando avanti un discorso trasversale teatro-narrazione-musica. E’ la mia vita ed è difficile che cambi rotta ormai».

Ha un rapporto speciale con la tifoseria del Cosenza…
«Ho vissuto a Bologna tanto tempo e negli anni della Serie B andavamo sempre al seguito dei rossoblù. Le trasferte erano momenti particolari, più che altro occasioni che superavano il concetto dello sport ed abbracciavano contesti differenti. Per descriverle servirebbe un’epopea. Stavo a contatto con un gruppo di persone che non vedevo spesso, ma con cui affrontavo viaggi strani, esilaranti, spesso difficili. Quando vai in curva, ciò che avviene in campo è relativo. Si va in curva per stare insieme, tanto che a volte c’è chi chiedeva voltandosi verso di me cosa avesse fatto il Cosenza. E la partita era finita da cinque minuti proprio davanti ai nostri occhi. Sono legato al Cosenza e alla sua curva perché da sempre si è caratterizzata per essersi impegnata politicamente in modo solidale e antirazzista. Ho una vecchia amicizia con Claudio Dionesalvi e con altri ragazzi che sono dentro il tifo organizzato da oltre vent’anni: ho sempre seguito e sostenuto le loro iniziative».

Altri aneddoti?
«Un giorno entrai da solo al Dall’Ara per Bologna-Cosenza. Presi posto nella curva Andrea Costa gremita da migliaia di supporter di casa. Era l’inizio di gennaio, c’era la neve e ad un certo punto partì il coro “a l’è tut maruchen a l’e tut maruchen…” rivolto alla curva San Luca dove erano assiepatati un centinaio di ultras venuti dalla Calabria. Per ovvie ragioni non mi sarei mai sognato di contrastare quel coro, anche perché era solo uno sfottò. Sapete, mi veniva da ridere perché pensavo di essere nel posto sbagliato eppure mi piaceva l’idea di essere un maruchen: forse era quello che volevo davvero sentirmi o forse lo ero veramente. Quel coro mi fece sentire orgoglioso, ma espressi tale sensazione solo interiormente…».

Lo stadio Marulla non l’ha mai vista esibirsi dal vivo al centro del campo. Le piacerebbe un giorno?
«Tempo fa c’avrei pensato con maggiore interesse. Ma da molti anni a questa parte faccio altro, mi piacerebbe invece una piccola piazzetta del centro storico. Ma mai dire mai…».

Che ricordo conserva della città di Cosenza?
«Il ricordo di Cosenza è in un viaggio e nella faccia di Totonno Chiappetta che in una scuola di Paterson in New Jersey dove insegnava Granafei, raccontava una barzelletta in dialetto cosentino. Io pensai tra me e me “questo è matto” e i bambini restarono a guardarlo in silenzio per 4 minuti, poi risero tutti. Quello era un uno spareggio e Totonno lo vinse».

Lei canta ad ogni esibizione “C’è nu lupu che non si ferma, non trova pace sup’a sa terra”. Con la Serie B, ‘u lupu potrebbe finalmente trovarla?
«L’ho cantata a Parigi due settimane fa. In Serie B troverebbe una pace temporanea, del resto l’abbiamo vista per 15 anni. La pace vera ‘u lupu la troverebbe solo in A. Ah… se domenica vinciamo, appena torno in Itala suono con la maglia del Cosenza, promesso».

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