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Le telefonate di Carmine Greco per “difendere” gli amici imprenditori. Ma i guai non sono finiti…

Le telefonate di Carmine Greco per “difendere” gli amici imprenditori. Ma i guai non sono finiti…

Un militare al soldo delle cosche della ‘ndrangheta oppure un servitore fedele dello Stato? Carmine Greco è accusato di associazione mafiosa dalla Dda di Catanzaro che ha ottenuto dal gip Distrettuale Paolo Mariotti, la misura cautelare della custodia in carcere.

Un militare al soldo delle cosche della ‘ndrangheta oppure un servitore fedele dello Stato? Per il maresciallo dei Carabinieri forestali Carmine Greco, comandante della stazione “Cava di Melis” di Longobucco, piccolo comune nel cuore della Sila cosentina, i guai sono solo all’inizio e le consulenze ministeriali sono ormai un lontano ricordo. Oggi il carabiniere forestale è accusato di associazione mafiosa dalla Dda di Catanzaro che ha ottenuto dal gip Distrettuale Paolo Mariotti, la misura cautelare della custodia in carcere.

Dopo avervi illustrato i contenuti dell’ordinanza di custodia cautelare e aver raccontato come ci sia la ‘ndrangheta dietro gli incendi estivi in Sila, è giunto il momento di delineare in maniera più approfondita i presunti comportamenti criminali di Greco, uomo conosciuto nei piani alti della politica italiana, premiato a metà degli anni 2000 di una onorificenza molto importante, stretto collaboratore di magistrati che lavorano nell’ambito della sua competenza territoriale e, probabilmente, vicino anche ad alcuni ambienti del mondo dell’informazione, oggi – come evidenziato in un articolo apparso sul Corriere della Calabria – oggetto di una inchiesta coordinata dalla procura di Salerno, la quale starebbe vagliando la posizione di un importantissimo magistrato cosentino coinvolto, a quanto pare, in alcune vicende di Carmine Greco.

La domanda nasce spontanea: il comandante della stazione carabinieri forestali di “Cava di Melis” perché era così potente? Quali erano le entrature politiche e non, di cui godeva per voler controllare tutto ciò che avveniva nel suo territorio di competenza? Saranno le indagini a dirlo, ma è paradossale che un semplice maresciallo volesse mettere bocca finanche se un’ispezione fosse stata fatta dal Ros di Cosenza e dal Nipav di Reggio Calabria, cosa puntualmente avvenuta negli anni scorsi, in merito ad alcuni tagli boschivi effettuati senza alcuna autorizzazione da parte della Regione Calabria.

Ma Greco aveva percepito che qualcosa intorno a lui stava cambiando e lo confidava ai suoi collaboratori, spiegando di sapere di essere sotto inchiesta, ma non poteva mai immaginare che le indagini sul suo conto erano coordinate dalla Dda di Catanzaro. E chi ha riferito a Greco dell’inchiesta a suo carico? Un magistrato oppure un membro della polizia giudiziaria? Al momento nulla trapela.

Ciò che si sa invece sono le dichiarazioni rese nel 2012 dal pentito Francesco Oliverio, ex capo clan di Belvedere Spinello, il quale disse ai magistrati antimafia il ruolo dei fratelli Spadafora nell’affare dei boschi e che gli stessi stipendiavano esponenti del Corpo Forestale dello Stato per mettere a tacere tutto, non incorrendo dunque in sanzioni o sequestri. Tra questi vi era Carmine Greco. Ed è quello che ritengono di aver scoperto i pm Domenico Guarascio e Paolo Sirleo della Dda di Catanzaro.

C’e tanta carne al fuoco dunque nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Mariotti che a breve sentirà proprio Greco, in attesa che la sua posizione poi venga valutata dal tribunale della Libertà di Catanzaro.

Greco dovrà spiegare, se lo riterrà opportuno, perché aveva rapporti stretti con i fratelli Spadafora di San Giovanni in Fiore e per quale motivo li avvisava dei controlli che avrebbe fatto lui, affermando “guardiamo quattro cose e ce ne andiamo”, oppure avvisandoli, e spesso avveniva anche il contrario, di ispezioni fatte da altri membri dei carabinieri forestali. In un caso Greco, infatti, pretese spiegazioni dai suoi colleghi invitandoli ad andare nella sua caserma. Cosa che i militari si rifiutarono di fare.

Ma non finisce qui. Nel 2005 l’ex sindaco di Longobucco, Luigi Stasi denuncia il ritardo nella consegna di alcuni lavori che dovevano essere completati proprio dai fratelli Spadafora, ritenuti organici insieme ad altri imprenditori boschivi ad una vasta e pericolosa associazione mafiosa che riguarda la zona del Crotonese, da Nicolino Grande Aracri al duo Farao-Marincola di Cirò Marina.

Qualsiasi cosa accadeva mentre i fratelli Spadafora violavano tutte le norme regionali in materia ambientale, Carmine Greco – si legge nelle carte dell’inchiesta – era pronto ad intervenire, come quando si interessò di capire chi fossero i suoi colleghi che da lì a poco avrebbero supervisionato un’area boschiva dove gli operai dei fratelli Spadafora stavano tagliando selvaggiamente le piante e alberi presenti nella zona. Si attivarono affinché i loro operai non venissero controllati, visto che qualcuno non era neanche in regola, spiegando loro di nascondersi in un altro punto della Sila ed eventualmente a percorrere un altro tipo di strada per il viaggio di ritorno.

Il collaboratore di giustizia Oliverio ha riferito anche che la ‘ndrangheta ha iniziato ad interessarsi dei boschi della Sila sin dal 2005 e lo farebbe tutt’ora.

Senza dimenticare che Carmine Greco pare abbia condizionato l’indagine sulla dirigente di Calabria Verde, Antonietta Caruso che prese una “mazzetta” di 20mila euro dall’imprenditore Antonio Spadafora. Fu proprio Greco, a dire degli inquirenti, ad organizzare il tutto con l’altro indagato della procura di Castrovillari. La Caruso, dirà un collaboratore di Greco, “è stata messa un poco in mezzo” riferendosi alla vicenda giudiziaria arrivata a conclusione dopo l’operazione “Stige”. Per non parlare dei commenti di alcuni agenti della polizia di Stato che, parlando con Greco, hanno avuto il coraggio di disprezzare l’indagine della Dda di Catanzaro, affermando che l’ufficio inquirente antimafia stava facendo una brutta figura dopo le tante scarcerazioni avvenute per decisione del Tdl di Catanzaro prima e della Cassazione poi.

Ora l’interrogatorio di garanzia. Poi il Riesame e forse la Cassazione. Tanto lavoro per il difensore Antonio Quintieri, avvocato di fiducia di Carmine Greco, e parallelamente tanti nodi da sciogliere per i magistrati di Salerno che, tra le mani, potrebbero avere una brutta gatta da pelare. (Antonio Alizzi)

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