VITA da LUPI
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Renzo Castagnini, per molti anni è stato etichettato, a Cosenza, col soprannome di “sceriffo”. Il nomignolo gli derivava, certo, dall’atteggiamento spavaldo di fronte a qualsiasi situazione, ma aveva il torto di non rendere merito al suo carisma.
Se avesse avuto anche i piedi buoni, Renzaccio avrebbe giocato certamente in serie A. il fisico glielo avrebbe permesso e il carattere – la capacità di leadership – lo avrebbe mantenuto ai massimi livelli per un periodo molto lungo. Invece è stato costretto ad abbinare un temperamento da Braveheart ad un talento da… minatore.
Buon per il Cosenza, che, navigando in seconda o terza serie, ha potuto incrociarlo e vestirlo di rossoblù.
Da calciatore è stato il degno capitano del Cosenza di Di Marzio; primus inter pares in una squadra che sprizzava testosterone da ogni dove. Entrare al San Vito, all’epoca, era davvero come mettere la testa nell’antro di un lupo. Non tutti l’hanno tirata via…
Strana storia quella delle origini. Non possiamo farne a meno; a volte le ricostruiamo, a volte le idealizziamo, altre volte le inventiamo.
Anche le origini del Cosenza Calcio, ad esempio, che tutti riportano al 1914, in realtà nascono nel 1982 quando nel cercare un nome per la SpA, si sceglie: “Cosenza Calcio 1914”.
L’autore del battesimo è Antonio Nunziata, vecchio lupo rossoblù, dirigente del Comune di Cosenza e, in quel momento, membro della triarchia a cui sono affidate le ceneri dell’A.S. Cosenza.
Insieme all’avv. Carmine Sodano e al commercialista Mariano Gallucci, Nunziata traghetta il Cosenza nel difficile passaggio tra un passato ormai lontano e un futuro ancora non nato.
Negli ultimi cinque anni di serie D abbiamo esplorato abissi mai conosciuti prima, registrando situazioni che sarebbero sembrate incredibili anche ad un romanziere.
Eppure non sono molti quelli che ricordano che, esclusa la splendida parentesi dei 15 anni vissuti in B, la Cosenza calcistica ha spesso registrato situazioni inverosimili. Tanto assurde da essere vere.
Pochi sanno, ad esempio, che la nostra squadra stava per diventare “elvetica”, nel senso di essere acquistata da un gruppo – una “cordata” come si sarebbe detto qualche anno più tardi – proveniente proprio dai cantoni d’oltralpe.
Correva l’anno 1973, i lupi giochicchiavano in Serie C tra alti e bassi dovuti, principalmente, ad una situazione economica al limite del disastro.
Ad un certo punto però, il sogno viene in soccorso della realtà. Sui marciapiedi di comincia a parlare dell’interesse di un gruppo finanziario svizzero, smanioso di rilevare il Cosenza per portarlo in Serie A. Naturalmente gli elvetici sarebbero stati disposti a rilevare il debito societario – che per l’epoca sembrava ammontare a 500 milioni di lire. La notizia trova conferma sulle pagine dei giornali e convince sia gli enti locali che buona parte dei vecchi creditori, fra qui, principalmente, la vecchia Cassa di Risparmio.
Il 21 febbraio il commissario straordinario Mario Guido annuncia alla stampa: “la cosa è fatta, il
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Posted by Federico Bria in Sem Benelli , Sandro Volpi , Ruggero Tito Zanetti , Rino Sacheri , Renato Simoni , Renato Casalbore , Raimondo Astillero , Pozzo , Nino Caimi , Massimo Cartesegna , Mario Nicola , Gustavo Verona , Giovanni Galleani , Gerolamo Radice , G.C. Corradini , Ettore Berra , Ermete Della Guardia , Emilio Colombo , Edgardo Longoni , Cesare Goria Gatti , Augusto Mignoni
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Sul finire degli anni 40, Vittorio Pozzo, già allenatore della Nazionale due volte campione del mondo, raccontò a puntate la storia del football italiano sul settimanale Il Calcio Illustrato. Qui pubblichiamo la parte dedicata alla stampa sportiva, non senza aver ricordato che lo stesso Pozzo scriveva per La Stampa di Torino. Dalle sue parole, ecco una fotografia dei primi anni del giornalismo sportivo italiano:
"Non è possibile, a me, di parlare di ricordi sportivi, senza che il pensiero ricorra al giornalismo. Sinceramente, non saprei dire quando io abbia cominciato a scrivere su un giornale. Certo una delle prime volte in cui tornai dall'estero in patria, diedi sfogo alle mie impressioni su un foglio torinese. Poi tornai via, mandai corrispondenze dal di fuori, mi esercitati sui periodici stranieri, e solo più tardi, quando mi stabilii definitivamente in Italia, presi a tenere una rubrica fissa.
Desidero riferirmi, come prima cosa, al giornalismo calcistico degli anni che precedettero la prima conflagrazione mondiale. Muoveva, questo giornalismo, i suoi primi passi, allora. Usciva, il primo giornale di questo tipo che io ricordi, sulla porta di casa mia, si può dire. Era un settimanale e si denominava La Stampa Sportiva. Ne erano direttori Nino G.Caimi e l'avv. Cesare Goria Gatti, ma chi lo redigeva e componeva era Gustavo Verona. Dipendente di uno di quegli uffici municipali in cui il più che si faceva era nulla - mi riferisco ad allora – Verona era uno specialista della pubblicità e con essa teneva vivo ed attivo il suo periodico. Per le fotografie si basava quasi esclusivamente su quanto riportava dalla Vie au Grand Air, di Parigi, come articoli aveva il contributo di qualche volenteroso, ed il ricco 'Notiziario' lo ricavava dai quotidiani.
Quando arrivò a Cosenza, nell’estate del 1986, aveva 21 anni e lo definii così: “è un lungagnone dal fisico minuto che può giocare indifferentemente stopper e libero, anche se preferisce avere un avversario come punto di riferimento. Proviene dai dilettanti ma ha già dimostrato di avere buone capacità. Naturalmente forte sulle palle alte, possiede anche una notevole velocità a dispetto delle sue lunghe leve. Deve ancora assimilare, però, la tattica del fuorigioco che la squadra adotta con frequenza. Partirà ovviamente tra i rincalzi, ma è in grado di assicurare la sua parte con sicurezza e puntualità”.
Era l’anno di Franco Liguori sulla panchina rossoblù. Quell’anno diedi alle stampe “Vita da Lupi”, il primo libro sulla storia del Cosenza Calcio, e, per alcuni mesi, fui addetto stampa della società. Me ne andai prima dell’esonero di Liguori sostituito da Di Marzio.
Feci in tempo a vivere il derby contro il Catanzaro. Dinanzi a ventimila spettatori non bastò un super Mirabelli. Palanca esplose con una doppietta e il povero Presicci fu additato al pubblico ludibrio.
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