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Gli ultrà in cattedra: “Potevamo essere un movimento realmente rivoluzionario”

Al seminario organizzato all’Unical, sono intervenuti Claudio Dionesalvi, Fabio Besaldo e l’avvocato Giovanni Cadavero. Molti gli spunti proposti, culturalmente stuzzicante il dibattito ed efficace l’autocritica degli stessi supporter.

seminario_unical.jpgCosenza è altro rispetto al resto delle curve d’Italia prorpio perché tra gli ultrà rossoblù si trova di tutto. Luoghi comuni vorrebbero che nei settori più popolari siedano vicini ragazzi di estrazioni sociali diverse, ma ormai, nell’era dll’iper tecnologia d’assalto, ci sono mille nuovi luoghi d’aggregazione, anche virtuali. Non svolgeranno la funzione di un circolo culturale o di una piazza, ma almeno all’apparenza c’è un’interazione verbale. Ieri pomeriggio è stato organizzato all’Unical, in collaborazione con il Collettivo di Scienze Politiche, un seminario al quale hanno preso parte Claudio Dionesalvi, l’avvocato Giovanni Cadavero e Fabio Besaldo. Come avviene durante un match del lupi, anche in un’aula universitaria non si è morso il freno e l’iniziale “siamo ultrà, ci piace raccontare e raccontarci”, ha dato l’impressione che nelle due ore seguenti si sarebbero analizzati fatti (e misfatti) da un’angolazione differente da quella proposta dai media. “Il movimento ultras è morto, ma siamo vivi noi”, ha detto Dionesalvi spiegando ai presenti (tanti) che è stata quasi un’autodistruzione. Come se un edificio collassasse su se stesso. “La deriva politica neofascista, la mercificazione del tifo e i rapporti economici che le società intavolano con i gruppi delle curve hanno fatto sì che il mito di una sottocultura fosse rubato e mercificato”. Gli esempi sono quelli del Wolkswagen o della Telecom che sfruttano l’immagine dei supporter e finanziano campagne su come “educare” chi va all stadio. Besaldo, uno dei leader del gruppo di Amantea, però va ancora più a sinistra. “Le curve sono lo specchio della strada e in questo frangente lo sono in senso negativo. Tensione e grigiore, non solo perché i nuovi decreti hanno vietato il colore. La contocultura ultrà della quale parlavamo in tempi non sospetti non ha più senso, perché è venuta meno l’unità di fondo. Sono sempre stato convinto che il nostro ruolo sarebbe potuto essere più profondo e più forte”. Vero, ma come in altri contesti più ideologizzati, lavorare fianco a fianco con chi discrimina sulla base del colore della pelle o di una religione, sarebbe stato da ipocriti. Il dibattito inizia con una riflesione. “Siamo nelle mani di chi decide per noi. Ci dicono come andare allo stadio, quando andare e soprattutto cosa fare se non possiamo. Bisognerebbe ragionare su questo, sul fatto che il movimento ultrà è la palestra per esperimenti di repressione sociale”. Poi una ragazza, lì per caso ed incuriosita dal seminario, prende la parola e chiede. “Sono estranea al vostro mondo, ma mi sono posta un quesito: perché fare a botte con chi indossa una sciarpa diversa da quella rossoblù?” Giusta osservazione, ma è proprio questo il punto che rende gli ultrà sempre più prigionieri, come i Sioux, di una riserva: il non sapere dare un risposta al più difficile di punti interrogativi che, impugnato dallo Stato, sta portando a curve sempre più vuote. Ma non di pensieri e parole, perché quelle “ci saranno sempre per dire la verità”.

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