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Pagliuso: la Procura chiede il rinvio a giudizio per bancarotta fraudolenta

Pagliuso: la Procura chiede il rinvio a giudizio per bancarotta fraudolenta

La Procura di Cosenza, guidata da Dario Granieri, ha chiesto il rinvio a giudizio dell’uomo che ha gestito per anni il calcio a Cosenza. Si parla di un buco di 5 milioni di euro.

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Pagliuso insieme a Paletta e Chianello

Non c’è pace per l’ex patron del Cosenza calcio 1914, Paolo Fabiano Pagliuso. Questa volta, a chiamarlo in causa, è la Procura di Cosenza. L’accusa: bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale. La notizia viene riportata questa mattina sul quotidiano Gazzetta del Sud. L’ex patron, lo ricordiamo, è stato definitivamente assolto nel maxiprocesso “Lupi”. Un verdetto favorevole che aveva incassato già a conclusione del primo grado di giudizio, dopo aver sofferto anche un lungo periodo di detenzione in carcere. Sistemata definitivamente quella vicenda Pagliuso si trova a dover fronteggiare un nuovo problema giudiziario. E anche questo proviene dalla gestione del calcio. Stavolta, però, le contestazioni dei pm Francesco Minisci, Giuseppe Cozzolino e Giuseppe Visconti riguardano una indagine sul presunto crac del Cosenza calcio 1914. Paolo Fabiano Pagliuso, che è difeso dagli avvocati Enzo Musco e Riccardo Adamo, si è sempre proclamato innocente e lo farà ancora davanti al Gup, in sede di udienza preliminare. Il fascicolo venne aperto nel 2006 dalla magistratura ordinaria per fare luce sulle dinamiche che portarono alla cessazione dell’attività del sodalizio sportivo. E così, Paolo Fabiano Pagliuso, è stato incriminato con le accuse di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale. Il pm Ernesto Anastasio, che aveva coordinato tutta la fase istruttoria, si era anche avvalso dell’operato di un consulente tecnico. Uno specialista che passò al setaccio per più di un anno i libri contabili di quella società, alla ricerca delle ipotetiche irregolarità immaginate ma non provate. E attraverso la lettura di quei conti sarebbe emerso il supposto ammanco contestato all’ex patron. Ben cinque milioni di euro sarebbero finiti in un buco nero. Per l’accusa si sarebbe trattato di distrazione di fondi. Denaro preso dai bilanci sociali e spostato volutamente altrove. Ma Pagliuso avrebbe definito le manovre come delle «anomalie di bilancio». Ai finanzieri, l’ex patron spiegò le sue verità sul crac societario, illustrando le drammatiche tappe del doloroso calvario che hanno portato alla fine di quel Cosenza 1914. Una fine che, secondo Pagliuso, sarebbe stata conseguenza del suo arresto. «Io, col fallimento della società non c’entro nulla. Finii in carcere la mattina del 26 marzo del 2003 e quando uscii la società era già fallita. Se ci sono delle responsabilità in questo crac, sicuramente non sono mie. Con l’arresto cessai ogni tipo di rapporto con il club». Le sue spiegazioni vennero corroborate da una valanga di atti che ha depositato e dai quali emergerebbe la sua estraneità alle accuse contestate: «In questo procedimento io sono parte offesa, ho perduto un patrimonio inestimabile. Qualcuno dovrà pagarmi i danni». E ai finanzieri, l’indagato mostrò, pure, le carte della sua gestione, quella precedente al blitz “Lupi”, «un’attività senza macchia», disse Pagliuso. Racconti condensati in verbali che sono stati trasmessi ai magistrati titolari del fascicolo. I pm Minisci, Cozzolino e Visconti, dopo aver analizzato la documentazione depositata dall’indagato, hanno optato per la richiesta di un processo necessario per approfondire gli spunti offerti dalla complessa istruttoria.

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