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Monopoli-Cosenza: vent’anni dopo

Dal blog di Federico Bria il racconto di quella storica promozione che coincise con il ritorno in serie B dopo 24 anni. Ventuno anni dopo i rossoblù ritornano in Puglia.

csnocerina87882Quella che si gioca a Monopoli sul finire di un campionato che sta per concludersi in gloria non può essere una partita come un’altra. Sono troppi i ricordi che tornano alla mente. Era la fine del campionato di venti anni fa (21, per l’esattezza) e noi stavamo riassaporando dopo un quarto di secolo l’ebbrezza della serie B. Quando arrivammo in Puglia ci cantavano tutti una canzoncina: “eeh, ooh, ooh, Magico Cosenza!”. Già, ricordavano tutti l’invasione di quasi dieci anni prima, quando sulla panchina c’era Nedo Sonetti e il Cosenza era davvero magico. Anche allora, avremmo vinto il campionato. Corsi e ricorsi. Ma torniamo al 1988. A noi bastava un pareggio e Di Marzio non aveva nessuna voglia di rischiare una stagione in 90 minuti. Così non rischiammo assolutamente nulla. E nulla concedemmo alla platea. Ma la settimana precedente era stata scandita al ritmo di dichiarazioni roboanti: “Andremo a Monopoli con l’elmetto in testa!”, “Ci sarà bisogno di fare le barricate!”, “Avremo bisogno di tutti i nostri tifosi!”. E i tifosi risposero, come sempre. E proprio questo è il ricordo più bello. Intanto il serpentone in marcia da Cosenza. Quanti eravamo? 8, 9, 10.000? Un tappeto rossoblù, lungo dalla Calabria alla Puglia. Quando arrivammo in città non c’erano ristoranti a sufficienza per contenerci. E lo stesso accadde allo stadio. Qualche tifoso locale avrebbe voluto vedere la partita, ma noi non potevamo perderci la gara della consacrazione. I pochi pugliesi presenti avrebbero gradito di poter scegliere il posto in cui sedere, ma noi eravamo troppi per dividerci e così cominciammo a riempire le tribune di uno stadio che – guarda il caso! – era a ferro di cavallo, proprio come il nostro San Vito (almeno a quell’epoca). Cominciammo a colorare di rossoblù ogni settore e quando arrivammo in quello dei distinti fummo costretti a chiedere spazio. Non la presero bene, ma non era il caso di fare la voce grossa. Non quel giorno, almeno. In campo tutto andò come previsto. In un ritmo blando, il più agitato era Gianni Di Marzio in panchina. Quella era la sua apoteosi cosentina; godendosela fino in fondo fece in modo che tutti ne assaporassero l’intima essenza. Al fischio finale non avevamo più voce. Non era successo nulla durante la partita, ma il tifo non si era fermato un attimo. Ricordo che per trasmettere la radiocronaca fui costretto a gridare dall’inizio alla fine. E quando tornammo a casa ci sentimmo come i legionari di Cesare di ritorno dalla Gallia. Da Roseto Capo Spulico non c’era più la strada, era un tappeto rosso e blu senza soluzione di continuità. E la gente, tutta per la strada, con le bandiere, le trombe, le sciarpe. Tutti a incitarci. Sembravamo noi i vincitori del campionato. E, forse, un po’ lo eravamo davvero. Quando arrivammo in città andammo allo stadio per vivere tutti insieme, fino in fondo la nostra purificazione. Venivamo da 24 anni di sofferenza. Molti di noi non avevano mai visto il Cosenza così in alto. Fino a quel momento avevamo solo potuto sognarla, la serie B. Quella sera era come se la cadetteria fosse diventata una Coppa dei Campioni. E per noi lo era sul serio. Avevamo fame di vittorie e quella squadra vinceva; volevamo essere fieri di sentirci cosentini e quella squadra ce lo consentiva; volevamo sognare e quella squadra era il nostro sogno più bello. Io quel giorno avevo un bambino con me. Aveva dieci anni ed era la prima volta che lo portavo in trasferta. Seguì la gara accovacciato al mio fianco e quando uscimmo raggianti per la vittoria del campionato, vide i vasi da fiori “cadere” dai balconi. Si strinse a me ma non si spaventò, per fortuna, e se oggi ama il Cosenza il merito è anche di quella trasferta a Monopoli. (Federico Bria)

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