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Fallimento Cosenza calcio 1914, Pagliuso chiede il giudizio immediato

L’ex patron rossoblù salterà l’udienza preliminare perchè adesso è lui che ha fretta di chiudere la sua vicenda processuale.

pagliuso_foto_tratta_da_gazzetta_del_sudPaolo Fabiano Pagliuso ha fretta di chiudere questo nuovo capitolo giudiziario che lo riguarda. Ha fretta, soprattutto, di fare chiarezza e di spiegare che, in questa vicenda lui è stato l’unico a rimetterci una fortuna. E così, l’ex patron rossoblù ha deciso d’avvalersi della facoltà di richiedere il giudizio immediato. Questo è quanto riporta la Gazzetta del Sud questa mattina a firma di Giovanni Pastore. La Procura guidata da Dario Granieri, nelle scorse settimane, aveva chiesto il rinvio a giudizio di Pagliuso per gl’ipotetici reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale. Fatti che i pm Giuseppe Cozzolino e Giuseppe Visconti gli contestano, relativamente al presunto crac del Cosenza calcio 1914, in qualità di presidente del consiglio d’amministrazione della società calcistica. «Ribadisco la mia completa fiducia nella magistratura – ha spiegato l’uomo che è entrato nella storia del pallone cittadino -, ma ritengo che, date le caratteristiche proprie dell’udienza preliminare, solo il dibattimento possa, attraverso il contraddittorio tra le parti, assicurare quella esigenza di chiarezza, di approfondimento e di giustizia richiesti dalla particolare complessità del caso. Così come è puntualmente accaduto per il processo “Lupi”, in cui l’istruttoria dibattimentale ha dimostrato l’infondatezza dell’accusa, anche ora ritengo che la vicenda giudiziaria debba chiarirsi alla luce del sole, nella pubblicità della discussione, davanti al giudice naturale precostituito per legge. Sono certo che, nel corso del processo, verranno individuati i reali responsabili che causarono, con la loro amministrazione negligente, il fallimento della società Cosenza calcio 1914 e, di conseguenza, accertata la mia completa estraneità ai fatti addebitatimi». Paolo Fabiano Pagliuso, che è difeso dagli avvocati Enzo Musco e Riccardo Adamo, continua a protestarsi innocente. «Ritengo di poter provare che, all’origine del fallimento vi sia stata la mancata iscrizione della squadra al campionato 2003-2004, mancata iscrizione che causò un ingente danno patrimoniale alla società e che fu dovuta all’incomprensibile inerzia degli amministratori giudiziaria i quali erano, in quel particolare momento storico, gli unici legittimati ad agire. Eppure non lo fecero. La mancata iscrizione causò la decadenza dell’affiliazione alla Figc con la conseguente perdita dell’intero patrimonio della società costituito dal prestigioso parco giocatori che, per stima dello stesso professor Ernesto Florio, non certo di parte, già membro del collegio sindacale del Cosenza calcio, già liquidatore della società e, successivamente al fallimento, coadiutore della curatela, comportò una perdita quantificabile in circa 19 milioni di euro. Tale notevole perdita, a suo stesso dire, ha condotto inesorabilmente prima alla messa in liquidazione della società e poi al fallimento della stessa. Solo un giusto processo potrà, dunque, rilevare con l’evidenza dei fatti come del fallimento del Cosenza calcio 1914, io non fui l’artefice, ma la principale vittima. Vittima poiché nel fallimento del Cosenza calcio persi, non solo gli ingenti capitali investiti come socio, non solo i risparmi di una vita impiegati per far fronte alle esigenze di liquidità della società da accanito sostenitore quale io ero,ma persi il bene, forse più prezioso, per un uomo di vecchio stampo come me, il sogno di una vita: traghettare il Cosenza calcio in serie A. Ci sarei forse riuscito, per come le cose stavano procedendo sotto la mia coscienziosa gestione, se non fossero intervenute quelle accuse da parte della Procura, poi rivelatesi infondate, che mi confinarono in regime di custodia cautelare in carcere proprio nel momento più delicato per la società:l’iscrizione al campionato».  (c.c.)

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