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Peppino Carnevale, il cacciatore di sogni

Peppino Carnevale, il cacciatore di sogni

Il presidente descrive se stesso in una piacevole intervista a 360°, svariando da tema a tema con estrema facilità. Poi svela: “Vorrei costruire a Cosenza una nuova Trigoria”.

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Il presidente con la sciarpetta rossoblù

Peppino Carnevale, che dire di Peppino Carnevale? E’ il presidente del Cosenza, ma questo lo sanno anche i muri. Dai suoi occhi di ghiaccio però salta fuori una personalità autorevole che lo orienta in ogni discussione, rendendo talmente labile il confine tra una serie di argomenti di attualità che spaziare da campo a campo è quasi conseguenza logica. «Allora di che parliamo se non di calcio?» dice sorridendo mentre estrae dal pacchetto una sottilissima sigaretta Cortina.  
Per chiacchierare di Toscano e Fiore c’è tempo, non crede?
«Sì, anche perché sono quattro mesi che non faccio altro. Mamma mia, non posso pensare al cambiamento che ha subito la mia vita».
Non dica così, in fondo i tifosi rossoblù le mostrano tanta riconoscenza.
«Non intendevo dire che era meglio o peggio prima. Semplicemente che era tutto diverso».
Si sente più  sognatore o calcolatore?
«Sono un tipo a cui piace lavorare, non mi spaventano le nuove avventure. Sognare è bellissimo e immaginare di poter appagare un’ambizione mi dà la carica».
C’è un però…
«Sì, certo. Bisogna fare i conti con la realtà quotidiana e con una certa mentalità che per alcuni rappresenta una pericolosa zavorra. Dover lottare contro pregiudizi, diffidenza e sessismo è qualcosa che mi dà ai nervi».
Il mondo è pieno di contraddizioni. Troppe barriere?
«Se si tratta di barriere emozionali ed ideologiche sì, ma basterebbe poco a superarle».
Lei ha scelto una donna come addetto stampa, un gesto di rottura con un immaginario collettivo plasmato sulla maliziosità.
«Se una persona è valida, non hanno senso i preconcetti. Chi dà vita a doppi sensi probabilmente è costretto a barcamenarsi tra mille insicurezze e cerca di esorcizzare in maniera davvero infima le proprie paure».
Sembra un manifesto politico.
«Che brutta parola. Destra e sinistra non esistono più. I programmi delle coalizioni si sono appiattiti su un populismo dilagante e paiono l’uno la fotocopia dell’altro. La corsa alla poltrona è diventata un affare bipartisan».
Si qualifichi.
«Sono progressista, ma semplicemente per il significato intrinseco del termine. Nulla più».
Lo si può  essere nel calcio?
«E’ un piano d’azione parallelo, ma ci proveremo: l’esempio di Iole è lampante».
Cosa non va nel Cosenza? La squadra non decolla.
«Serve un po’ di pazienza. Sapevamo che non sarebbe stato facile far amalgamare trenta calciatori, ma il nostro mercato ha vissuto intervalli differenti».
E’ ancora dell’idea che non ottenere la promozione sia dannoso?
«Parlando in termini economici sì. Già in questo torneo incasseremo meno di quanto abbiamo investito, ma tra i cadetti il discorso sarebbe diverso e non escluderei un cambio di denominazione sociale in Spa. Qualora non dovessimo farcela ad andare in B, l’anno prossimo ripartiremo con immutate ambizioni e forti dell’esperienza acquisita».
Che progetti ha in cantiere, magari quello di diventare socio unico? 
«No. E’ un’eventualità che per adesso non esiste, anche perché restare da solo mi spaventerebbe. L’organizzazione è ottima e non sono necessarie modifiche. Qualcosa che bolle in pentola, tuttavia, c’è».
Cosa?
«Sono rimasto colpito da Trigoria. Vorrei creare anche da noi un centro polivalente con alloggi, mense ed asili a disposizione dei tesserati. Dopo un investimento iniziale verrebbe meno la necessità di pagare alberghi ed altre strutture. Molto dipende dal Credito Sportivo».  (Cosenzachannel.it-Magazine)

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