Cosenza Calcio

Speciale: Bergamini, 20 anni fa moriva il calciatore rossoblù

Era il 18 novembre del 1989. A Roseto Capo Spulico, sulla costa jonica cosentina, venne trovato morto Denis. Ripercorriamo quei giorni dando spazio anche alle parole della sorella Donata e al libro scritto da Petrini.

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Donato Bergamini (foto Riccardo Tucci)

Nel magazine di questo mese (Cosenza Channel.it Magazine) che uscirà venerdì 20 novembre abbiamo voluto ricordare la figura di Donato Bergamini. Lo abbiamo fatto attraverso chi, quei giorni, li ha tristemente vissuti. Giorni in cui tutta Cosenza pianse per un uomo che, inspiegabilmente e drammaticamente, lasciò un vuoto incolmabile. Ripercorriamo quella vicenda attraverso la storia pubblicata da storiedicalcio.altervista.org. Era il 18 novembre del 1989 quando il centrocampista del Cosenza Donato Bergamini, 27 anni, fu trovato morto a Roseto Capo Spulico, nella zona dell’ alto Jonio cosentino, investito da un autotreno lungo la statale 106 jonica. Il conducente del mezzo, Raffaele Pisano, 53 anni, imputato di omicidio colposo, fu assolto dal pretore di Trebisacce «per non avere commesso il fatto». Il racconto La sentenza venne confermata dalla Corte d’ appello di Catanzaro. La tesi dei giudici, sia in primo grado che in appello, fu che Bergamini si fosse suicidato. E sui motivi per i quali il giocatore del Cosenza si sarebbe tolto la vita sono state avanzate varie ipotesi. Era terrorizzato si disse. Ma da chi o da che cosa? Donato Bergamini, eclettico centrocampista del Cosenza, il suo segreto se l’è portato nella tomba. Che motivo aveva un giovane di 27 anni, con un contratto che gli consentiva di guadagnare quasi 200 milioni all’anno, per decidere dapprima di eclissarsi, partire, emigrare, in ogni caso di lasciare Cosenza e il calcio, e poi scegliere di morire davanti agli occhi della fidanzata? Si parla di droga. Si intravedono i contorni ancora oscuri di un giro pericoloso in cui il calciatore, che era originario di Boccaleone, nel Ferrarese, ma che era alla sua quinta stagione con la maglia rossoblù del Cosenza, sarebbe stato coinvolto. E quindi travolto. Era notorio infatti che il giovane calciatore viaggiasse con una Maserati biturbo munita di radiotelefono che sarebbe appartenuto a un pregiudicato cosentino col quale Bergamini si accompagnava spesso. E’ notorio ancora che alcuni calciatori del Cosenza si erano fatti vedere in giro con persone che hanno a che fare con la giustizia. Ma tutto questo può servire per dare una spiegazione al tragico gesto? Forse no. Ma c’è dell’altro. Per l’allenatore del Cosenza dell’epoca, Gigi Simoni, Donato Bergamini nell’ultimo periodo appariva triste e cupo, più del solito. Era un ragazzo spigliato, onesto ma anche introverso, ricordava padre Fedele Bisceglie, frate cappuccino, capo degli ultras cosentini e assistente spirituale della squadra del Cosenza, allora militante in serie B. Ci sarebbero stati ancora altri segnali che qualcosa di recente era accaduto a turbare drammaticamente l’equilibrio psicofisico del giovane calciatore. Potrebbe essere stato un episodio avvenuto, a quanto pare, il giovedì precedente in un ristorante dell’hinterland: Bergamini sarebbe stato prelevato da tre brutti ceffi e portato via. Dove e perché? Potrebbe essere stato quello che ha convinto il giovane calciatore che per lui era meglio cambiare aria. Sabato pomeriggio Bergamini lascia improvvisamente il ritiro della squadra. Vado a prendere le sigarette, ha detto agli amici, tra cui Michele Padovano, il compagno di squadra con cui divideva un appartamento a Roges di Rende, alla periferia di Cosenza. Un’ora più tardi alla società arriva la notizia della tragedia. Il calciatore, infatti, aveva lasciato la città con la fidanzata, Isabella Internò, ventenne studentessa di Rende. La ragazza è l’unica testimone e afferma, pur tra parecchie contraddizioni, che Donato si è lanciato volontariamente sotto le ruote del pesante autotreno. La testimonianza combacia con quella di Raffaele Pisano, 38 anni, di Rosarno, che si trovava alla guida del pesante mezzo che si è trovato il giovane davanti con apparente chiaro intento suicida. Bergamini, secondo quanto afferma la ragazza, dapprima voleva solo mettere molti e molti chilometri di distanza tra lui e Cosenza. Non c’erano dubbi che avesse paura. Aveva pregato la ragazza di accompagnarlo fino a Taranto per imbarcarsi per la Grecia (da notare che da Taranto, però, non partono navi per la Grecia), le aveva chiesto di seguirlo. La ragazza non voleva andare con lui, non voleva neppure arrivare fino a Taranto per riportarsi a Cosenza la Maserati. “Devi capire, mi diceva mentre eravamo in macchina – racconta Isabella – se mi vuoi bene devi fare quello che ti dico, altrimenti te ne accorgerai”. Poi si è fermato in una piazzola, è sceso dall’auto, si è buttato sotto l’autotreno. Per ultimo c’è una telefonata giunta in casa Bergamini, a Boccaleone d’Argenta, cinque giorni prima di quella tragica sera di Roseto Capo Spulico. Bergamini aveva raggiunto Ferrara dopo il pareggio a Monza del Cosenza. La solita sosta del lunedì prima della ripresa degli allenamenti. Ricevette una telefonata, si alzò dal tavolo da pranzo e ritornò visibilmente scosso. Chi era all’altra parte del telefono? Chi parlò con Bergamini quel giorno? Troppe domande per un caso mai definitivamente chiuso.
PARLA PAPA’ DOMIZIO. “Mio figlio non si è  suicidato, queste cose succedono solo in Calabria o quando di mezzo ci sono calabresi. Me lo hanno ucciso”. Parla così Domizio Bergamini, padre di Denis, il calciatore del Cosenza morto vent’anni fa, il 18 novembre del 1989, nei pressi di Roseto Capo Spulico. La dichiarazione di Domizio Bergamini è apparsa in uno speciale pubblicato nei giorni scorsi dal Quotidiano che ha ricostruito la figura, non solo calcistica, di Denis Bergamini. In particolare, di rilievo è l’intervista al padre Domizio. “Mio figlio – dice – non si è suicidato e poi bastava guardare il corpo dopo il decesso”. E ancora: “Una volta – aggiunge Domizio Bergamini – mi telefonò la fidanzata e mi disse che Denis le aveva promesso in regalo una Maserati. Ho risposto che di macchine gliene avrei regalate non una ma due, basta che mi dicesse com’é morto mio figlio”. Non è convinto del suicidio neanche Gianni Di Marzio, che traghettò il Cosenza in serie B una stagione prima della morte di Bergamini. “Sembrano strane – dice Di Marzio – tutte queste storie della fuga in Grecia, del traghetto, di questo ragazzo che si buttava sotto l’autocarro”.
PARLA LA SORELLA DONATA. Qualche mese fa si interessò della vicenda anche il quotidiano “Il Resto del Carlino”. Di seguito riportiamo l’articolo tratto da ilrestodelcarlino.ilsole24ore.com. “La motivazione ufficiale del decesso, secondo gli accertamenti delle forze dell’ordine calabresi, fu il suicidio per una delusione amorosa, una motivazione tuttavia che non convinse nessuno fin dall’inizio, tantomeno la famiglia. A distanza di vent’anni i familiari lamentano la latitanza delle istituzioni e dei media attorno al caso clamoroso della morte di un giovane di 27 anni, centrocampista affermato del Cosenza, club che all’epoca militava in serie B, nel mirino di società importanti, a cominciare dal Parma di Scala. E poteva avere tutte le donne che voleva, era felice, la carriera era a una svolta e nulla lasciava presagire un gesto disperato. La sorella Donata non si è mai rassegnata, aveva un rapporto strettissimo, quasi simbiotico con il fratello. Assieme al padre Domizio aveva seguito passo passo le indagini della magistratura e il processo. Ora è una madre di due piccoli calciatori, che stanno ripercorrendo le orme di Denis, che si era fatto le ossa nell’Argentana prima di essere adocchiato da Ranzani, all’epoca direttore sportivo del Cosenza e poi della Spal. “E’ passato tanto tempo ma purtroppo la verità non è ancora venuta a galla – protesta con forza Donata Bergamini -. Si era aperto uno spiraglio dopo l’uscita del libro di Carlo Petrini (“Il calciatore suicidato”, nome che già nel titolo esprimeva la tesi di fondo, ndr) e poi con la serie di puntate trasmesse nella trasmissione ‘Chi l’ha visto?’. Su Rai3. Sull’onda emotiva e sui fatti nuovi emersi dall’indagine svolta sul posto si era mossa l’acqua stagnante, c’era stato qualche interessamento”. Poi cosa è successo? “E’ successo che quando si è arrivati a ridosso della verità tutto si è insabbiato. Nel 1989 fu svolta un’indagine che dire superficiale è poco, per non parlare del modo in cui fu eseguita l’autopsia. A Cosenza tutti ricordano con affetto mio fratello, la curva dello stadio porta il suo nome, ma quando si riprende il filo delle indagini l’omertà la fa da padrone. Anche a distanza di vent’anni”. Che cosa ha fatto più male? “Non c’è giustizia. Era evidente solo a chi non voleva vedere che era stato assassinato perché si era accorto di essere diventato uno strumento inconsapevole di traffici sporchi, utilizzando la sua auto sportiva, che tutti a Cosenza conoscevano e quindi non dava nell’occhio. Spero che la ventata di aria nuova che sta portando il nuovo governo si avverta anche nella giustizia e che si trovi un magistrato coraggioso che prenda in mano il fascicolo e riapra le indagini”.
IL LIBRO DI PETRINI. “Il Calciatore suicidato” edito da Kaos nel 2001 è il libro scritto dall’ex calciatore Carlo Petrini (ex Milan e Roma) sulla morte di Donato Bergamini. Un libro che ripercorre quel tragico 18 novembre del 1989. Nella prefazione del libro è chiara l’intenzione dell’autore. “Nella storia recente del calcio italiano c’è un dramma che è rimasto senza verità. È la morte violenta del giocatore Donato Bergamini, centrocampista del Cosenza (serie B), trovato cadavere davanti alle ruote di un camion la sera del 18 novembre 1989. Una morte, fatta passare per suicidio, che è un vero giallo ambientato nel mondo falso e dorato del dio pallone, con personaggi che sembrano venire fuori da un film”. Petrini spiega così i motivi che lo hanno portato ad indagare sulla morte di Bergamini. “Come ex giocatore che ha conosciuto bene la faccia nascosta del calcio, in questo libro ho tentato di chiarire alcuni dei retroscena della morte di Bergamini: mi sono studiato gli atti della magistratura, ho fatto ricerche e ho intervistato un po’ di persone, anche a Cosenza. Insomma, ho fatto quello che nessuno dei giornalisti sportivi ha mai fatto: loro sono troppo impegnati a leccare il culo (testuale, ndr) del potere pallonaro e dei suoi divi, per occuparsi di un giocatore di serie B morto ammazzato come un cane”. Spulciando su internet abbiamo trovato un’intervista che vogliamo riproporre ai nostri lettori e spiega i motivi che hanno spinto Petrini ad interessarsi della morte del calciatore rossoblu.

NEMO: Signor Petrini, quando e in che modo ha sentito parlare per la prima volta del caso di Donato Bergamini?
CARLO PETRINI: Ne ho sentito parlare la prima volta quando scrissi e presentai un soggetto cinematografico che trattava di un calciatore la cui vicenda era simile a quella di Donato Bergamini. Poi il soggetto non si concretizzò, ma la curiosità mi spinse a contattare i genitori di Bergamini.

NEMO: Cosa l’ha spinta ad interessarsene al punto da farci un libro-inchiesta?
CARLO PETRINI: Contattai i genitori di Donato Bergamini e andai a parlare con loro assieme ad altre due persone, due giornalisti che però, appena appresi alcuni dettagli in più su quella storia, lasciarono perdere immediatamente. Erano spaventati da quella vicenda.

NEMO: Esattamente, cosa li spaventava tanto, secondo lei?
CARLO PETRINI: Mah, credo li avesse spaventati a morte soprattutto il fatto che c’entrasse la criminalità organizzata e, comunque la faccenda era stata seppellita in fretta, segno che “scottava”.

NEMO: Quando ha capito che in quella storia c’era qualcosa che non quadrava?
CARLO PETRINI: Quasi immediatamente: ho letto i giornali dell’epoca, e soprattutto gli atti del processo e ed era evidente che c’erano diverse cose che non andavano, troppe incongruenze, troppe incertezze.

NEMO: Come ha deciso di procedere, una volta stabilito di seguire il caso? E la casa editrice che ha pubblicato poi il libro in che modo l’ha supportata?
CARLO PETRINI: All’inizio la casa editrice non era molto soddisfatta di questa mia iniziativa, ma poi, specie quando ha saputo che gli altri due giornalisti si erano tirati indietro, ha iniziato ad incoraggiarmi ad andare avanti. Avevano capito che questa vicenda meritava di essere approfondita. Io sono andato a casa dei genitori di Donato Bergamini, munito di un registratore, come te adesso, e ho iniziato a fare domande. Il resto è venuto di conseguenza.

NEMO: Come ex-calciatore, è chiaro che lei contava sulla sua conoscenza dell’ambiente calcistico: al termine di questa esperienza, può dire che, se non fosse stato del giro, avrebbe potuto conseguire gli stessi risultati?
CARLO PETRINI: Mah, credo che una persona estranea all’ambiente del calcio magari non avrebbe ottenuto gli stessi risultati, anche perché si sarebbe stupito e scoraggiato di fronte a certi atteggiamenti quasi omertosi da parte dei compagni di squadra di Donato Bergamini.

NEMO: Precisamente, che idea si è fatta di Donato Bergamini, soprattutto umanamente?
CARLO PETRINI: Era di sicuro un ragazzo ingenuo, un ragazzo di campagna che si è trovato all’improvviso in un altro ambiente, molto diverso da quello di origine, in una situazione più grande di lui, insomma, che non ha saputo controllare e, alla fine, l’ha inghiottito.

NEMO: Bergamini, quindi, appare come un ragazzo molto ingenuo: è possibile che, in un ambiente corrotto come quello che lei descrive, ci siano ancora persone così?
CARLO PETRINI: Sì, è possibile, anche perché, come ti ho già detto, nell’ambiente del calcio si ha interesse a fare in modo che i calciatori sappiano il meno possibile e siano molto poco consapevoli, quindi un ragazzo ingenuo come Bergamini poteva tranquillamente fare tutta la sua carriera in questo modo.

NEMO: L’ambiente cosentino non sembra molto diverso da quelli da lei descritti nella sua autobiografia, eccetto una invadente presenza di certa criminalità organizzata: lei che pensa?
CARLO PETRINI: Si sono fatte tante ipotesi su cosa sia effettivamente successo in quel periodo a Cosenza. Di certo ci sono state troppe cose strane e tutte insieme da far pensare che ci fosse per davvero qualcuno di estraneo al calcio che influenzava le decisioni della società.

NEMO: Ritiene che, nelle partite combinate del Cosenza, c’entrasse  effettivamente la malavita?
CARLO PETRINI: Era un sistema legato alle scommesse, quindi un illecito. Facile quindi che attirasse le mire della criminalità organizzata.

NEMO: Bergamini a parte, quanti dei suoi compagni ritiene che si rendessero conto della cosa?
CARLO PETRINI: Credo non molti, comunque quei pochi che sapevano, sapevano ogni cosa.

NEMO: Nel libro si parla molto di Michele Padovano, e l’ex-attaccante di Pisa, Napoli e Juventus, dice che una sua conoscenza, uno importante, lo aiutò a passare alla squadra partenopea: cosa c’è di vero, secondo lei?
CARLO PETRINI: Io ho incontrato di persona Michele Padovano e la cosa che mi ha colpito è stata proprio questa: fino a che non gli ho fatto questa domanda lui è stato molto disponibile, ma, quando ha sentito che accennavo a questo fatto, ha cambiato bruscamente atteggiamento, ha voluto che gli consegnassi la cassetta su cui stavo registrando l’intervista e si è allontanato senza più dire una parola.

NEMO: Nel libro, lei riporta alcuni frasi di Bergamini, dalle quali si evince chiaramente che Padovano faceva uso di droghe leggere: quanto pensa sia diffuso questo vizio tra i calciatori?
CARLO PETRINI: Questo non lo so proprio. Presumo di sì, comunque. Ai miei tempi, di queste vizi noi calciatori non ne avevamo, pensa che il mio primo spinello me lo sono fatto pochi mesi fa, perché pare che la marijuana abbia delle proprietà curative per il glaucoma che ho in un occhio, ma, visto che mi ha “ubriacato” non penso che ripeterò l’esperienza.

NEMO: Dopo averlo incontrato di persona, che impressione ha di Michele Padovano?
CARLO PETRINI: Non certo una buona impressione: fino a quando non ho accennato al fatto che il padre di Donato mi ha riferito della sua frase riguardo a quella sua conoscenza importante, era, nei suoi discorsi “una persona eccezionale”, mentre, dopo quella frase, è diventato di colpo “un bastardo, un figlio di puttana etc”. E, tra l’altro, ha voluto prendersi la cassetta, convinto che quella fosse l’unica prova di quanto aveva detto, senza nemmeno pensare che la persona che avevo con me potesse fare da testimone delle sue affermazioni.

NEMO: Nel libro, si accenna a una fidanzata di Bergamini, forse la causa della sua morte: secondo lei quanto c’è di vero?
CARLO PETRINI: Quella ragazza, Isabella, è di sicuro parte integrante della vicenda: la sua testimonianza della morte di Bergamini è l’unica che abbiamo, anche se parecchio lacunosa e contraddittoria. Quando l’hanno portata in commissariato, sembrava quasi che fosse il maresciallo a rispondere per lei alle domande. Penso sappia molto di più di quanto ha detto.

NEMO: Bergamini, nel libro, viene descritto come un ragazzo ingenuo e, comunque, per niente interessato a quanto accadeva nel mondo, al di fuori del calcio: secondo lei questo ha inciso nella sua precoce fine di carriera?
CARLO PETRINI: Credo abbia inciso molto, se fosse stato meno ingenuo, più capace di controllare la propria vita, meno influenzabile, insomma non credo che sarebbe andata a finire così.

NEMO: Cosa crede che questa vicenda abbia da insegnare?
CARLO PETRINI: Credo che questa vicenda insegni soprattutto che Bergamini è stato lasciato solo.

NEMO: Personalmente, cosa le ha insegnato?
CARLO PETRINI: Mi ha insegnato che quello che è scritto nei tribunali, “La giustizia è uguale per tutti”, non è vero, non è vero per niente. Non è così, Donato Bergamini di giustizia non ne ha avuta. E, probabilmente, non ce l’avrà mai.
 

La Scheda di Donato Bergamini:
Donato Bergamini (Boccaleone, 18 settembre 1962 – Roseto Capo Spulico, 18 novembre 1989)
Ha iniziato la sua carriera calcistica nella stagione 1982-83 indossando la maglia dell’Imola in Interregionale. L’anno successivo gioca nel Russi (sempre in Interregionale) dove vi resta per 2 stagioni.
Nel 1985 viene acquistato dal Cosenza che milita in Serie C1, club con il quale giocherà per 5 stagioni.
Al primo campionato in maglia rossoblù disputa 24 presenze senza alcuna rete. L’anno successivo gioca 28 partite realizzando 2 gol (contro Sorrento e Benevento). Nel 1987-1988 il Cosenza vince il campionato di Serie C1 e torna in B dopo 24 anni di assenza. Bergamini è titolare nella formazione di Gianni Di Marzio giocando 32 partite su 34. L’11 settembre del 1988 arriva l’esordio in Serie B (Cosenza-Genoa 0-0). In quella stagione, forse la più bella nella storia del Cosenza, realizza anche il suo primo ed unico gol nella partita Cosenza-Licata (2-0).
A causa di un infortunio riesce a giocare solo 16 partite. Malgrado ciò a fine stagione Bergamini ha diverse richieste sul mercato. Il Parma fa di tutto per ingaggiarlo, ma il Cosenza che vuole disputare un campionato di vertice, lo dichiara incedibile confermandolo per un’altra stagione, l’ultima della sua carriera.

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Redazione Cosenza Channel

Cosenza Channel è una testata giornalista nata nel 2008 con l’idea di occuparsi principalmente delle notizie sul Cosenza Calcio. Il successo conseguito sin dai primi anni ha permesso alla testata di avviare una collaborazione televisiva per mandare in onda un format che parlasse di calcio, in particolare dei Lupi e poi delle altre squadre calabresi. La svolta arriva nel 2016, quando la redazione amplia i contenuti del portale d’informazione, pubblicando notizie di attualità. Il 5 settembre 2019 Cosenza Channel si trasforma completamente. Nuova grafica, contenuti esclusivi, con l’obiettivo di crescere e rendere un servizio informativo sempre più attendibile e di qualità.

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