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Petrini: “La squadra sapeva che stava succedendo qualcosa a Donato”

Lo scrittore conferma su Rlb: “Probabilmente i compagni di Denis non pensavano che si arrivasse all’omicidio”. E sulla sua visita a Cosenza precisa: “Parlando con Padre Fedele ho avuto l’impressione che volesse sapere quello di cui ero venuto a conoscenza senza che lui mi dicesse nulla di straordinario”.

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La copertina del libro scritto da Petrini

Nella seconda parte dell’intervista concessa da Carlo Petrini (61), nel corso della trasmissione Diretta Radio Sport su RLB, lo scrittore ed ex calciatore pone l’accento sull’atteggiamento dei compagni di squadra di Bergamini. “Io penso che qualcuno di quella squadra sapesse che qualcosa stava per succedere – continua Petrini – . Probabilmente non pensavano che si arrivasse all’omicidio. Questa ovviamente è una mia opinione., Dai racconti che mi sono stati fatti, quando arrivano Simoni e gli altri a dare la notizia della morte di Denis ci sono reazioni incredibili da parte della squadra come se già qualcuno sapesse. E poi se Donato, come io penso è stato ucciso, non credo che la cosa che lo riguarda non la sapesse nessuno”. Su alcune esternazioni di Domizio Bergamini (“alcune cose succedono solo in Calabria e quando di mezzo ci sono calabresi” avrebbe confessato il papà di Donato ad alcuni quotidiani) Petrini precisa. “Domizio bisogna capirlo. Purtroppo quello che gli è successo, a distanza di 20 anni, non gli è stato ancora spiegato”. E sull’esperienza di Petrini in Calabria questo è il pensiero dello scrittore. “Sono stato due anni a Catanzaro ed ho ancora amici che mi invitano. Ci sono stato bene e non ho mai avuto problemi. Tranne quando ho litigato con 8.000 persone levandomi la maglia. Al di là di questo e ritornando alla vicenda di Bergamini credo davvero che ci siano cose fuori dalla norma e c’è tanta gente di mezzo. Se viene fuori la verità ci sarà davvero da preoccuparsi”. Poi la mente ritorna al 2001 quando scese a Cosenza per cercare elementi utili per cercare di scrivere il libro e, chissà, riaprire il caso. “Quando sono sceso a Cosenza ricordo che ho parlato col frate, Padre Fedele. Sinceramente ho avuto l’impressione che lui volesse sapere quello di cui ero venuto a conoscenza senza che lui mi dicesse nulla di straordinario. Di sicuro non ho mai trovato l’aiuto di nessuno. Anzi una chiusura totale. Mi auguro un giorno si possa arrivare alla soluzione giusta e che il caso si riapra. Finora c’è stata una giustizia apparente e non normale”. E continua. “Ho un’unica speranza: che qualche pentito sia sintonizzato e veramente qualcuno, siccome ci sarà qualcuno che ha partecipato a questa tragedia, che pensi che c’è un padre che sono 20 anni che aspetta di conoscere la verità. E se qualcuno può darci una mano penso che questa può essere l’unica cosa che può realmente risolvere il problema”. Chissà che questo muro di omertà non cada. (co.ch.) continua 2/3

ASCOLTA L’INTERVISTA AUDIO A CARLO PETRINI. CLICCA QUI

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