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Addio a Giorgi, allenatore gentiluomo

Addio a Giorgi, allenatore gentiluomo

L’editoriale di Federico Bria

Con lui non funzionava la battuta sul naso rosso come il vino, ma il suo eloquio era tutto un programma. Il capolavoro fu la vittoria di Bari: 3-0 ai galletti che dovevano usarci come agnelli sacrificali. Siamo suoi orfani dall’autunno del’89.

bruno20giorgi1“Pronto? Sono Bruno Giorgi, l’allenatore del Cosenza. Prima di lasciare la città ho chiamato per salutare e ringraziare”. Con queste parole non richieste, né attese, si congedò da noi, chiamando in redazione alla fine di un campionato a dir poco esaltante. Sono passati oltre vent’anni da allora. Oggi, la notizia della prematura scomparsa di Bruno Giorgi ha colpito la città molto più di quello che si può credere. Non è stato neanche un anno a Cosenza, eppure ci ha accompagnato per mano fino a farci toccare il cielo con un dito. Rimarrà per sempre nel mito rossoblù. Con lui non andava bene nessuno degli stereotipi che certa tifoseria affibbia al malcapitato allenatore di turno. Disponibile con tutti, non faceva comunella con nessuno in particolare; aperto finché basta, non si lasciava andare ad eccessi neanche nei pochi momenti conviviali. Con lui non funzionava la battuta sul naso rosso come il vino, o altre più grevi. Il suo eloquio, poi, era tutto un programma. Non era un oratore, ma aveva il gusto di dire le cose sempre con un giro di parole. Ne abusava al punto che, da allenatore della Fiorentina e del Cagliari, la Gialappa’s faceva veri e propri tormentoni con le sue interviste. Il suo modo di tenere i rapporti umani era “di un’altra categoria”. E quanta umanità nel suo approccio all’uomo prima che al calciatore. Di Bergamini diceva: “è calciatore nella testa, prima che nelle gambe”. Era un Signore per davvero. Nelle relazioni con la tifoseria e con la dirigenza, con la stampa e con i calciatori. Mai una parola di troppo, ma neanche vuoti che non fossero carichi di significato. Lo ricordo ancora dopo una bugiarda sconfitta a Udine, in un ritorno a casa a dir poco rocambolesco. Il maltempo ci costrinse a restare in Friuli, l’indomani non ebbe alcun problema nell’ospitarci sul pullman rossoblù. Avremmo dovuto spostarci a Trieste per prendere un aereo, ma da Trieste passammo a Venezia, poi a Bologna, inseguendo una nebbia che sembrava giocare d’anticipo. Il pullman-elastico, noleggiato per poche decine di chilometri, si allungò fino a Cosenza. Io scesi sulla bretella di Roma e lui mi regalò un sorriso complice. La ritrovai, quella complicità, negli spogliatoi del vecchio stadio di Bari – lo Stadio della Vittoria – al termine di un incredibile trionfo davanti a quarantamila spettatori. Sembravamo un agnello da sacrificare sull’altare di un Bari stratosferico, invece rifilammo una tripletta ai galletti, al termine della più bella partita che io abbia mai visto giocare al Cosenza in tutta la mia vita. Per anni ho usato la radiocronaca di quella partita per fare training autogeno. Nel tentativo, fortunatamente riuscito, di seguire il ritmo della gara, cominciai a correre con la voce al primo minuto e riuscii a respirare solo dopo il fischio finale. Fu come una lunghissima apnea, che mi toglie il fiato anche solo al ricordo. Quando incrociai il suo sguardo, in quello spogliatoio, fu bellissimo condividerne la gioia interiore. E all’allenatore Giorgi la serie B andava davvero strettissima. Lo capimmo subito, da quando vedemmo la squadra giocare contro la Juventus di Rui Barros. Appena arrivato voleva giocare a zona, ma non ci mise molto a capire che i giocatori a sua disposizione avrebbero dato il meglio giocando in modo tradizionale. La squadra diede tanto spettacolo, però, e non solo al San Vito. Alla fine del campionato il Cosenza vinse 17 partite su 38, di cui 6 in trasferta. Se ci fosse stata già all’epoca la regola dei 3 punti per vittoria, il Cosenza si sarebbe classificato al terzo posto, con tre punti di vantaggio sull’Udinese. Invece quell’anno l’innovazione fu un’altra: la classifica avulsa. Sulla base delle regole di quel campionato, non solo arrivammo quarti, insieme alla Cremonese e alla Reggina, ma fummo anche esclusi dagli spareggi (che erano stati giocati fino all’anno prima) a vantaggio di grigiorossi e amaranto che, con i 3 punti per vittoria sarebbero arrivati abbondantemente quinti. Nonostante ciò, sono in molti a ricordare il palo con cui Claudio Lombardo sfiorò la vittoria in casa contro l’Udinese di Sonetti. Se quel pallone avesse gonfiato la rete, probabilmente, la serie A non sarebbe rimasta una chimera. Per lui, invece, Cosenza divenne un trampolino. Andò prima a Firenze, poi a Bergamo, Genova, quindi a Cagliari, dove chiuse la carriera togliendosi la soddisfazione di mostrare a Trapattoni quale fosse la differenza tra l’obiettivo-scudetto e l’obiettivo-salvezza. Problemi familiari, si disse, lo portarono lontano dal calcio. Di certo aveva chiuso le porte alla sfera di cuoio. E non volle aprirle neanche quando lo cercai di nuovo, nel 1999, per premiarlo in occasione dell’85° anniversario rossoblù. Mi trattenne a lungo al telefono, parlando del Cosenza e dei cosentini. Poi, per non mancare all’evento, ci fece avere il suo affetto tramite poche parole spedite con un telegramma. Aveva gli occhi azzurri come il cielo in un pomeriggio d’agosto, una postura da eroe greco, un portamento da lord inglese. In campo aveva l’audacia di uno sceriffo in una città del Far West. Ci siamo sentiti orfani di Giorgi già nell’autunno dell’89. Oggi, che ci ha prematuramente salutato, non possiamo che alzare gli occhi e rendergli onore per la dignità con cui ha vissuto. Ciao Mister, STTL, ti sia lieve la terra.

La fotografia in bianco e nero è quella utilizzata da Roby Baggio, sul suo sito, per dirgli addio. Giorgi lanciò il “Divin Codino” nel Vicenza quando aveva ancora 17 anni.

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