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Cosenza: triste, solitario y final

Cosenza: triste, solitario y final

l’editoriale di Federico Bria

Contro il Benevento non è arrivata la tanto attesa resurrezione. Il titolo è preso in prestito da un libro di Osvaldo Soriano, ma proviamo a riscrivere il finale.

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La squadra è palesemente in difficoltà

“- Lei crede a quello che dicono i libri?
-Prima ci credevo. Adesso non lo so più. È facile scrivere”.
In momenti come questi serve trovare un appiglio. Perciò chiediamo soccorso a Osvaldo Soriano, anche se ci auguriamo che il terzo aggettivo col quale titolò il suo primo capolavoro, sia per noi eccessivo.
Tristi, stasera, lo siamo per davvero. Non si può perdere in questo modo e uscire dallo stadio sorridenti e spensierati. Sarebbe come vedere la tua ragazza che bacia un altro e andartene allegramente a vedere il film “vieni avanti, cretino!”.
Solitari, alla fine della partita, debbono essersi sentiti in tanti. Chiusi in una sensazione di vuoto e di smarrimento. Quel crampo che ti prende allo stomaco alla vigilia delle occasioni importanti e non ti lascia più fino a quando non ti ha sfinito, costringendoti a ripensare a tutte le volte che, vicini alla conclusione, ci si è allontanati dalla meta.
Ma, si sa, quando la zattera sta per frantumarsi sulle rocce, anche uno scoglio scivoloso può dare l’idea della salvezza. E così, il cambio dell’allenatore è stato preso come un bagno catartico. Una distruzione seguita dalla immancabile resurrezione. Per noi pure è sembrato così, ma solo per i primi dieci minuti. Somma ha rispolverato il suo 4-2-3-1, sperando di fare di necessità virtù. All’inizio pareva davvero un’altra storia, tutti pimpanti, tonici, reattivi. Le occasioni fioccavano come le nespole da Biscardi.
Poi è arrivato il terzo aggettivo, Final, e il Benevento è andato in corsia di sorpasso.
Ma come ci si può addormentare tutti quanti nel bel mezzo della partita? Si giocava di sera, è vero, ma c’erano le telecamere a riprendere il tutto. La figuraccia è stata filmata e digitalizzata in diretta. Poi, dopo il gol, abbiamo comunque avuto altre occasioni, ma Mazzeo, Degano, Biancolino, sono sembrati solo smorte controfigure sotto la luce fioca dei riflettori. Il peggiore messaggio è arrivato nel secondo tempo quando, ogni volta che il Benevento batteva una punizione o un calcio d’angolo il Cosenza metteva 11persone11 nella propria area da rigore. Una scelta suicida che non poteva produrre che il raddoppio sannita. L’autorete del 2-1 è, per l’appunto, un’autorete. Nulla sembra sopravvivere dopo i tre aggettivi di Soriano, ma noi non cadremo nella trappola, caro amico Osvaldo. Non lo vogliamo l’ultimo aggettivo. Non vogliamo commettere l’errore di considerare finito un campionato alla seconda domenica di ottobre. Quindi, proviamo a riscrivere il finale del libro:
“- Che ne dice di raccontarmi la storia del Pitone e di Biancolino?
– Le interessa ancora?
– Si, mi racconti quello che sa. Dove ha trovato i dati?
– Nelle biblioteche, negli archivi. Qualcosa anche tra i fili d’erba.
– Lei crede a quello che dicono i libri?
– Si, sempre. I libri sanno sempre cosa accadrà alla fine.
– Sono vissuti in questa città. Qui c’è molta gente che sa qualcosa di loro.
Prende un altro caffè?
– Volentieri.
– Mi dica, Soriano: perché è finito a interessarsi del Pitone e di Biancolino?
– Mi piacciono molto.
– non aveva niente di meglio da fare? Per tutte le partite che siamo stati insieme mi sono domandato chi è lei, che cosa cerca da queste parti.
– Lo ha scoperto?
– No, ma mi piacerebbe saperlo.
– Già, nel frattempo punti sul Pitone. È un bisonte, ma lui non lo sa. Quando smetterà di strisciare butterà giù le porte a furia di zuccate”.

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