Tutte 728×90
Tutte 728×90

Vorrei ma non posso…

Vorrei ma non posso…

l’editoriale di Federico Bria

L’illusione di un cambio di rotta per il Cosenza è durata soltanto un paio di minuti. Continuando di questo passo ci resterà soltanto l’orgoglio. Ma c’è da stare attenti…

biancolino_tenta_la_girataLa prossima settimana rischia di essere determinante, scrivevo sette giorni fa alludendo alle cose tecniche e a quelle societarie. Dopo sette giorni, registro che quelle tecniche sono peggiorate. E non solo per il risultato negativo casalingo.
Contro il Siracusa è stata una partita davvero singolare. Al contrario del solito è iniziata benissimo. Somma deve aver lavorato sul piano mentale durante la settimana, perché la squadra è scesa in campo finalmente col piglio giusto. Tutti vispi, pimpanti, reattivi. E dopo soli cinque minuti ecco il primo gol. Il primo di una serie, mi sono sorpreso a pensare.
E, in effetti, la partita sembrava  finalmente in discesa, con i lupi che giocavano in scioltezza provando, finalmente, dribbling e passaggi fin qui mai riusciti. Ma era come la luce di un neon appena dopo il click sull’interruttore: precaria.
Col passare dei minuti, piano piano, siamo ritornati al solito. Anzi, peggio del solito…
Ma sull’1-0 ancora fantasticavo: vorrei che Mazzeo fosse Maradona. Ma non potevo evitare di prendere atto della sua assoluta mancanza di cattiveria agonistica: non solo in una azione palla al piede da manuale, ma anche in un accenno di intervento acrobatico poi abortito. Nel primo caso scarta avversari come birilli, sembra Diego, poi si perde al momento di decidere se passarla o proseguire da solo; nel secondo non ha nemmeno la perfidia che ti porta a toccare la palla con le mani pur di fare gol.
Vorrei che Fanucci fosse un maestro di danza classica, ho pensato. Ma è evidente la sua predilezione per Valzer, Polka, Mazurka…
Vorrei che Degano fosse il nostro Gigi Meroni, mi sono detto, ma non si può. Prima bisognerebbe spiegargli chi era la “Farfalla granata”.
Vorrei che Giacomini riguardasse la partita e che il nastro s’incantasse all’82’, facendogli rivedere quell’azione all’infinito. Ma… posso?
Vorrei scendere in campo e aiutare io quella povera anima di Biancolino. Il Pitone sembra un elefante in gabbia, con la rabbia d’un leone. Lo abbandonano al suo destino, manco fosse nel Deserto dei Tartari. Il problema è che, in questo modo, il tenente Biancolino – novello Drogo – vive la sua partita fissando l’orizzonte in attesa del nulla. Non vede mai la sagoma di un pallone giocabile.
Nel secondo tempo avrei voluto che Somma colorasse subito il prato con un Fiore, anzi due. Invece l’attesa è stata lunga.
Forse, dopo tanto pensare, avrei potuto fermarmi prima e considerare che, tutto sommato, se questa è la squadra; se in società ci sono problemi economici un giorno si e l’altro pure; se il pubblico sugli spalti è quello delle giornate peggiori; se neanche diversi anni d’inferno ci hanno insegnato a distinguere chi vuole il bene del Cosenza da chi bivacca intorno al San Vito come i cani randagi sul retro di un ristorante; se la città è lontana parente di quella che orgogliosamente amava definirsi “l’Atene della Calabria”; se tutti gli indici economici guardano allo sviluppo e puntano dall’altra parte; se i migliori vanno a formare la classe dirigente di altre regioni; se la politica locale è… lasciamo perdere; se tutti questi se ci lasciano l’amaro in bocca, vuol dire che le nostre ambizioni attuali non hanno molto fondamento.
Vorrei ma non posso, per l’appunto.
Di grande, continuando di questo passo, è rimasto solo il nostro orgoglio. Ma c’è da stare attenti, quando l’orgoglio non poggia su solide basi può portare solo ad una morte dignitosa. La squadra potrebbe esserne una plastica rappresentazione, a meno che non si decida di rinunciare anche alla dignità…

Related posts