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Cosenza, il grande bluff

Cosenza, il grande bluff

l’editoriale di Federico Bria

Ci si appaga nel ritenersi immuni poiché non coinvolti. Non si considera, invece, che la città si sta impoverendo sotto ogni aspetto. Quella sportiva è solo l’altra faccia di un Giano assai poco misterioso.

pokerDopo aver perso in casa, il Cosenza rischia di vincere fuori casa. Arriva ad un soffio dalla vittoria, ma non ce la fa. La situazione in classifica continua ad essere così, nel limbo, tra color che son sospesi, in una eterna condizione di attesa. Manna dal cielo per gli eterni innamorati, quelli che si aggrapperebbero a tutto pur di non dire la parola fine. Stillicidio per coloro che – scambiando le bandiere per gli uomini che le portano – vorrebbero buttare tutto a mare e procedere subito alle crocifissioni, soprattutto ora che gli uomini hanno un certo nome…e cognome. Sembrerebbe una situazione limite, determinata da una condizione tecnica e atletica precaria, frutto di diverse contraddizioni, e da una capacità economica sul ciglio del baratro. Le circostanze vi sembrano incredibili? Non siete cosentini, allora, altrimenti sareste ben abituati. Già perché la città sembra vivere a proprio agio solo in una condizione di equilibrata instabilità. Ci si preoccupa più di creare il verosimile che non di costruire il vero. È quello che accade sul piano societario da diversi decenni, ed è dura dimostrare che Tizio è più finto di Caio. Tutto ciò che si crea intorno al Cosenza sin dalla fondazione della SpA 1914 (per non parlare di ciò che è accaduto tra i dilettanti) è precario. Frutto di bluff nella migliore delle ipotesi, palesemente falso nella peggiore. Robert Redford e Paul Newman diedero il volto ad un film mitico, intitolato “La Stangata”, vero e proprio inno al bluff, come stile di vita e come strumento per raggiungere risultati anche di prestigio. Il bluff non è per forza un atteggiamento negativo. È, anzi, uno strumento, come tanti, a disposizione di chi gioca a poker per ottenere un risultato positivo anche senza avere a disposizione le migliori carte in circolazione. Il problema è: non abusarne; altrimenti si finisce col diventare dribblomani e cercare di scartare anche la porta, dopo aver superato l’ultimo difensore e il portiere. Ecco, il punto è proprio questo. Troppi, in città, considerano la vita come una eterna partita a carte, non tenendo in conto il valore della fiducia, anzi, abusandone a dismisura fino al punto da generare una enorme, continua e costante diffidenza nelle classi dirigenti. Non è un problema del calcio o dei tempi che viviamo, intendiamoci. E sarebbe lungo tornare indietro ripercorrendo la storia dello stivale italico per evidenziare i tanti momenti in cui le classi dirigenti hanno approfittato del potere loro conferito per accumulare illegittime fortune o dilapidandone i frutti per avidità, incapacità o accidia. Ma noi viviamo la contemporaneità e non possiamo non considerare che la società, sia quella sportiva sia quella più ampia che ci comprende tutti, basa il proprio funzionamento sui rapporti che ognuno intrattiene con l’altro. Anche a poker, se qualcuno finge sempre, prima o poi troverà chi, per curiosità o per convinzione, chiederà di vedere le carte. Quello è il momento della verità. Dovrebbe ricordarsene chi, essendo stato costretto a mettere sul tavolo le proprie carte, ha già pagato a caro prezzo un bluff troppo lungo. Continuare così significa soltanto condannarsi ad un eterno biasimo. Ma dovrebbero saperlo anche i tanti che, invece, giocano di sponda, contando solo sulle disgrazie altrui e senza avere la minima intenzione di dare un proprio contributo, oppure consapevoli di non aver nulla con cui contribuire alla causa comune. Cercano solo di avere vantaggi personali e giocano a scoprire il bluff degli altri, ben sapendo che nessuno possiede le carte giuste per portare la giocata fino in fondo. È l’annosa contesa fra i gruppi di potere cittadini, siano politici o imprenditoriali, editoriali o sportivi. Nessuno mette sul tavolo le risorse necessarie, né economiche né tradizionali, né culturali e né, tantomeno, morali. Non cercano l’impresa ma vogliono solo limitare al massimo i rischi scaricandoli sugli avversari di turno. I cittadini assistono da anni ad una disputa fine a se stessa, come una volta facevano i sudditi di fronte ai signorotti di turno. Ci si appaga nel ritenersi immuni poiché non coinvolti. Non si considera, invece, che la città si sta impoverendo sotto ogni aspetto. Quella sportiva è solo l’altra faccia di un Giano assai poco misterioso. Non dottor Jeckyll, ma due volti di Mister Hide che cerca di ingannare se stesso in un continuo bluff che a volte riesce e ci condanna, per lo più, ad una esistenza verosimile ma falsa; falsa come un bluff durato troppo a lungo. In questa condizione, anziché lavorare per costruire qualcosa di utile per tutti, ci si contenta di vivacchiare indebolendo gli altri. Tanto si è consapevoli che nessuno ha le capacità o la volontà per giocare la partita alla grande. Venghino siori, venghino. Benvenuti a Cosenza, città del bluff, del grande bluff…

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