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Passioni, sacrifici e metafore

Passioni, sacrifici e metafore

l’editoriale di Federico Bria

Nessun problema, si dice, e si prosegue presentando Toscano e Mirabelli come se si trattasse di una naturale scelta tecnica fatta sul mercato. Ci si è dimenticati che uno è stato incastrato nella porta girevole, mentre il direttore sportivo è stato clamorosamente defenestrato.

tifosi_cosenza_foto_bove1E così, il sacrificio è consumato. Quello di Jacopo Ortis, di foscoliana memoria, si riferiva al sacrificio della patria nostra occupata dai francesi ma, di certo, non basta il 150° anniversario dell’unità d’Italia per far assurgere il momento rossoblù ad un così alto livello. Tuttavia c’è, nel momento vissuto in riva al Campagnano, quel non so che di terminale che ti lascia seduto mentre sullo schermo scorrono i titoli di coda. Vanno via Renzo Castagnini, Alberto Urban e Mario Somma. Il progetto costruito intorno a loro ha avuto la compattezza di un budino a ferragosto e loro, fiutando sottovento, hanno preferito giocare d’anticipo e salutare tutti.
A questo punto, superato da poco il girone d’andata, il Cosenza ha già cambiato 3 presidenti, un paio di amministratori, 4 allenatori (se si considera il doppio Toscano), 2 direttori sportivi, 2 team manager, ecc. (la lista sarà ritoccata nelle prossime ore e non è detto che rimanga intonsa fino alla fine della stagione). Col passare delle settimane si sono consumati i progetti e le persone, e anche i sogni non mostrano più una bella cera…
La macchina si ferma, anzi, si gira, no, si rivolta. Insomma, sembra un carosello barocco. L’ordine potrebbe essere: “facite ammuina!”, ma si esagera. Perché ci sia un ordine è necessaria una catena di comando. E, invece, qual è la logica dei fatti? Forse un giorno sarà chiaro. Per ora è trasparente soltanto il ritorno al punto di partenza.
La stagione è andata, benché, sulla carta, tutto appaia ancora incredibilmente possibile. Proprio questa errata sensazione contribuisce a dare al tutto un sapore di dejà vu.
“Ti conosco mascherina” diceva Eduardo nel 1943. Era un periodo buio per l’Italia, altro che passioni risorgimentali e romantiche. Quello era il tempo degli italiani senza vergogna, di quelli che credono di poterla fare franca in ogni situazione. Un po’ come oggi…
Il calcio è metafora della vita, diceva Sartre, ed è vero, ma un rettangolo erboso non riporta alla mente scenari eroici e, all’orizzonte, non si vede nessun Bonaparte.
Quello che succede a Cosenza è, soltanto, un prodigioso esperimento spaziotemporale. Quasi otto anni dopo lo sconquasso che la fece implodere, annullando in un sol colpo tutte le brutture che ne sono seguite, la società è tornata ai “bei tempi andati”.
Pagliuso che nel 2003 era diavolo distruttore è diventato, col passare degli anni, un martire da beatificare. Chi prima lo esecrava ha cominciato ad osannarlo.
Sia chiaro, non era un diavolo prima, come non è un santo oggi. Era, a volersi limitare ai fatti calcistici, “semplicemente” il miglior presidente rossoblù di tutti i tempi… risultati alla mano. Il suo ritorno, quello si, è sembrato un atto di giustizia riparatrice. Manco fosse stato scritto dal solito sceneggiatore di Hollywood…

Ma il rientro è stato di quelli difficili da dimenticare. Neanche dodici ore dopo essersi presentato da presidente gira voce che la società sia passata di mano. Ed è una voce così credibile che la torta pronta per i festeggiamenti viene cautamente tenuta sotto chiave. Poi, appena le nubi sembrano diradarsi, ecco il temporale tecnico sportivo. E ora cosa accadrà?
Nessun problema, si dice, e si prosegue presentando Mimmo Toscano e Massimiliano Mirabelli come se si trattasse di una naturale scelta tecnica fatta sul mercato. Ci si è dimenticati che l’allenatore è stato incastrato nella porta girevole, esonerato immediatamente dopo essere stato presentato; mentre il direttore sportivo è stato clamorosamente defenestrato, dopo essere stato destabilizzato dall’arrivo di un professionista nel suo stesso ruolo ma con tutt’altro albero genealogico. Oggi tornano ad essere cavalieri alla tavola rotonda. Il futuro è nelle loro mani, ne siamo certi… quasi.
“Il sacrificio della patria nostra è consumato. Tutto è perduto” – avrebbe detto il Grande Ugo – ma se alla patria sostituite squadra, tutto diventa diverso: “il sacrificio della squadra nostra è consumato. Non c’è più nulla da perdere”.

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