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Il calcio a Cosenza? Utopia!

Il calcio a Cosenza? Utopia!

l’editoriale di Piero Bria
Il calcio moderno è un investimento…a perdere! E solo un folle può pensare di investire senza farsi male o senza badare a spese. E qui da noi, di folli, non ce ne sono. Qui da noi, quando ci toccano il portafogli diventa un oltraggio senza precedenti. E a poco serve ostentare l’amore per la maglia.

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Lo stadio San Vito domenica scorsa. Inesorabilmente vuoto (foto mannarino)

Ci sarebbe piaciuto parlare di un Cosenza rinato e pronto, con spirito diverso, a disputare i maledetti play-out. Così non è. L’ultimo editoriale non è stato capito da molti, e forse è meglio così. Dispiace che alcuni abbiano voluto giocare su determinati discorsi per etichettarci nuovamente. Poco importa però. Oggi è giusto parlare di una trattativa fallita e che, vuoi o non vuoi, porterà il Cosenza al secondo fallimento nel giro di otto anni. Mai come adesso sarebbero stati graditi gli “imprenditori internazionali” di Umberto De Rose. Imprenditori di cui non si è mai saputo il nome (tranne quello di Presta) ma che, a differenza di quelli attuali, avrebbero garantito un futuro roseo alla Cosenza calcistica con fior fior di quattrini. E’ un peccato che di questi “imprenditori internazionali” non se ne sappia più nulla. Perché un loro impegno, adesso, avrebbe di fatto messo da parte le “ambizioni” di De Caro e compagni. Non vogliamo addentrarci nei motivi che hanno portato la trattativa al fallimento (se ne parla già diffusamente in altri articoli presenti sul nostro sito) bensì cercare di capire come si può risolvere una situazione che, in quest’ultimo anno, ha preso una piega decisamente sbagliata. L’unico modo per risolvere tutto, ed è l’unico a nostro parere, è quello di vedere scendere in campo un solo imprenditore capace, grazie ai suoi averi, di dirigere l’orchestra, garantire gli stipendi e mettere da parte tutti quei soci all’1%, al 3%, al 7,5% e al 50% cercando di dare un futuro alla società con una programmazione ben definita e che abbia, al centro delle sue attenzioni, il settore giovanile (unico vero investimento nel calcio moderno). Via tutti con tanto di stretta di mano per dare il via ad una nuova era che a Cosenza, è bene sottolinearlo, non avrà mai vita. E vi spieghiamo il perché. Qualcuno è convinto che il fallimento ed il ritorno in quarta serie (leggi serie D) possa ridare linfa alla città. Qualora così fosse ci ritroveremmo tra 3-4-5 anni a parlare sempre delle stesse cose. I soliti ritornelli: dal ritorno di Pagliuso al problema stipendi fino ad arrivare a beghe societarie. Tante teste, specialmente qui da noi, non possono andare d’accordo. Se poi pensiamo che manca una programmazione il dado è tratto. Ricordo ancora quando nelle sede della Provincia di Cosenza il buon Pino Chianello, per cui nutro una grande stima e che reputo un buon manager di calcio, disse: “Il nostro progetto quinquennale prevede la serie A in cinque anni”. I miei occhi brillavano al solo pensiero. A distanza di qualche mese, però, dalla favola si passò all’incubo con l’entrata in scena di Luca Pagliuso. Tutto questo cosa denota se non una mancanza di programmazione? Il Cosenza, ed è giusto sottolinearlo, ha vissuto alla giornata anche negli anni delle due promozioni consecutive. Non oso pensare cosa sarebbe accaduto se il Bacoli fosse riuscito a strapparci la promozione in C2 o se, l’anno dopo, avessimo perso la chance promozione. Per fortuna così non è stato e le vittorie hanno, di fatto, consentito non solo di nascondere i problemi che ogni società di Lega Pro ha ma anche la possibilità di avere qualche introito pubblicitario in più. A chi sostiene il contrario ricordo che, proprio in concomitanza con la seconda promozione storica consecutiva, ci furono vari appelli alle istituzioni ed agli imprenditori locali per cercare di dare manforte ad una società che aveva necessariamente bisogno di una mano e soprattutto di gente pronta ad investire soldi freschi. Lungi da me attaccare Chianello, Paletta e perfino Mirabelli (si, persino lui ma solo da un punto di vista meramente calcistico) per una gestione di quei due anni che fu perfetta. Sta di fatto che, salendo di categoria, sono aumentate le responsabilità e non solo. L’avvento di Carnevale e Pagliuso ha fatto il resto. Tutto questo discorso soltanto per sottolineare un aspetto: il calcio a Cosenza non ha un futuro ed è bene che la gente lo sappia. Fin quando non verrà lo Zamparini di turno (e mai verrà visto che è difficile pensare quali investimenti possa fare uno come Zamparini o altri a Cosenza) bisognerà vivacchiare e sentire le solite storie di “stipendi arretrati e problemi societari”. Fino a quel giorno dovremo sorbirci cordate che andranno d’accordo per qualche mese salvo poi sputare veleno in quelli successivi ed abbandonare la nave, uno alla volta, in attesa dell’ennesimo fallimento. Quantomeno, però, potremo goderci le trasferte in serie D con la speranza di un nuovo doppio salto. Consapevoli, tutti, che saremo sia schiavi all’inferno che schiavi in paradiso. Il problema non è a Cosenza e non è il Cosenza. Il problema è un sistema, il sistema calcio, che ormai non garantisce futuro e che è fatto solo di fumo negli occhi e tante, tante bugie. Il giorno che si farà calcio serio a Cosenza sarà quando qualcuno investirà nel settore giovanile con un piano quinquennale che consentirà, alla lunga, di costruire una società tra le più forti economicamente d’Italia e non con le sponsorizzazione dovute ad una promozione. Il calcio moderno è un investimento…a perdere! E solo un folle può pensare di investire senza farsi male o senza badare a spese. E qui da noi, di folli, non ce ne sono. Qui da noi, quando ci toccano il portafogli diventa un oltraggio senza precedenti. E a poco serve ostentare l’amore per la maglia.

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