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Sì, serve un miracolo. Ma non chiamatela “remuntada”

Sì, serve un miracolo. Ma non chiamatela “remuntada”

Il Cosenza deve vincere con due gol di scarto se vuole evitare la retrocessione in Seconda divisione. Il termine coniato dai catalani però ha portato male a chiunque lo abbia utilizzato.

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Essabr e Fiore esultano. La scena dovrà ripetersi due volte al ritorno (foto umicini)

Straight to hell. Direttamente all’inferno, cantavano Joe Strummer e i Clash. Direttamente all’inferno potrebbe finirci il Cosenza. I rossoblù hanno perso a Viareggio a margine di un match se si vuole pure sfortunato. Se la palla calciata da Evola, infatti, fosse rimbalzata qualche metro più in là dopo aver baciato la traversa, tutti avremmo una consapevolezza diversa di poter ribaltare il risultato. Ma guai a dire che è finita. Questo lo possono dire, ed augurare, solo i nemici del Cosenza. Anche qualora l’epilogo dovesse portare ulteriori amarezze ed altre lacrime, nulla ci sarebbe da rimproverare a Gigi De Rosa, a Stefano Fiore e ai suoi compagni che nel corso del campionato hanno conquistato 44 punti. Se la scellerata gestione societaria non si fosse rivelata tale, inoltre, parleremmo di un settimo posto e dei primi nomi di mercato. Con i se, tuttavia, non si va da nessuna parte. Allora conviene affrontare un problema alla volta, sperando che chi di dovere nel frattempo sistemi le cose e garantisca per gli errori commessi negli ultimi anni. Domenica al San Vito scenderà in campo una formazione giovane, allenata da un tecnico che ha voglia di emergere. Scienza ha messo subito le mani avanti dicendo che in Calabria il Viareggio troverà un ambiente ostile. Di certo non troverà i pasticcini. L’organico del Cosenza, pur avendo perso per strada pezzi pregiati come Giacomini e Biancolino, resta superiore. E può farcela. Non ci va di utilizzare terminologie spagnoleggianti perché portano male a chi le accosta alla propria squadra. Ve lo diciamo senza timore alcuno di giudizi “illuminati”. Nel mondo del pallone un pizzico di scaramanzia non guasta mai e poi portarsi dietro un corno rosso e un ferro di cavallo fa molto vintage. Contro il calcio moderno, insomma, proprio come piace dire agli ultrà. La “remuntada” non è riuscita al Barcellona, né tantomeno ai cugini del Real Madrid. Figurarsi all’Inter che sognava un’altra finale ed invece a Gelsenkirchen ha perso di nuovo contro lo Shalke. Guardando in casa nostra, il termine fu usato l’anno scorso in occasione del ritorno della finale di Coppa Italia. Non riuscimmo a piegare il Lumezzane e i rossoblù lombardi alzarono il trofeo al San Vito. La “remuntada” non riuscì nemmeno al Catanzaro che disse addio alla promozione in Prima divisione già dopo gara-uno al Flaminio con l’Atletico Roma. Quindi, per favore, chiamiamola impresa e poi celebriamo per le strade della città i nostri eroi. (cosenzachannel.it)

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