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E’ retrocessione. Senza se e senza ma

E’ retrocessione. Senza se e senza ma

Cosenza abbandonato da tutti nel momento del bisogno, ma come pesano quelle promesse non mantenute ad inizio campionato. Se esiste ancora una classe imprenditoriale che salvi il calcio in città, altrimenti la giusta dimensione saranno i tornei dilettantistici.

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La Tribuna B stracolma. Non è bastato il tifo dei supporter rossoblù (foto mannarino)

Macalli ha ragione. Chi non è in grado di fare calcio sostenendo notevoli sforzi economici non deve pensarci nemmeno ad iscrivere una squadra al campionato. Ma ci sono piazze, come Cosenza o Catanzaro, che se non hanno la botte piena e la moglie ubriaca gridano sin dal primo giorno che non c’è un euro e che dove si va. Ed inizia così un tutti contro tutti dove la fine è quella del grammofono. Cosenza paga le parole sbandierate ai sette venti da Luca Pagliuso, i soldi che la sua società non ha tirato fuori quando doveva farlo e le parole dette al chiuso di quattro mura da chi si è divertito a spaccare l’ambiente con la più classica peculiarità bruzia: un pigliaeportismo che se cerchi di spiegarlo a Bolzano non capirebbero mai cosa vuol dire. Dividi et impera, niente di più semplice. Allora che passino all’incasso i signori dell’io l’avevo detto. Troveranno ad aspettarli una retrocessione in Seconda divisione condita da errori pacchiani e da un futuro che sa di Eccellenza piuttosto che di derby con il Catanzaro. Processare Luca Pagliuso è fin troppo facile, le sue colpe sono talmente evidenti che un possibile secondo accostamento con il club rossoblù sarà per sempre improponibile. Ha sbagliato praticamente tutto, ma il peccato più grave per noi non è di natura sportiva: è morale. Abbandonare la barca quando sta affondando non gli fa onore. Pagliuso potrebbe giustificarsi dicendo che anche gli altri (tutti, nessuno escluso… ma proprio nessuno) sono scappati allo sciogliersi della neve, ma non basta. Il progetto da top club era il suo, non di chi lo ha sostenuto. Chi lo ha sostenuto, sosteneva il Cosenza 1914: la storiella dell’io non volevo contribuire alla nuova morte del calcio cosentino è vecchia ed anacronistica. Risparmiatecela perché la conosciamo già.
Detto questo, non c’è tempo per leccarsi le ferite. Coloro che hanno causato il guaio (ribadiamo: tutti, nessuno escluso… ma proprio nessuno) è evidente che non porranno rimedio o che non possono. La patata bollente continua a rimbalzare da una mano all’altra con la certezza che la classe imprenditoriale cosentina non esiste. Non esisteva nell’estate del 2008, del 2009, del 2010 e quasi certamente non esisterà nemmeno in quella che bussa alle porte. Le scadenze parlano chiaro: il 16 giugno bisogna ricapitalizzare, il 21 pagare i calciatori, il 24 presentare le liberatorie alla Lega. Poi altrimenti scriveremo della rifinitura in vista del derby con il San Marco.

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