Tutte 728×90
Tutte 728×90

Il futuro del calcio: l’azionariato popolare (?)

Il futuro del calcio: l’azionariato popolare (?)

La crisi del calcio abbraccia tutti i paesi. Ad interrogarsi non è solo l’Italia. Dalla stagione 2012-13 entrerà in vigore il fair play finanziario che non permetterà alle società di spendere più di quanto non si ricavi. L’azionariato popolare può in questo senso essere una soluzione importante alla mala gestione dei club.
ultr
Questa settimana la nostra attenzione è stata catturata da un articolo apparso sul sito thepostinternazionale.it che analizza il momento del calcio italiano e non solo. Una crisi mondiale alla quale l’Uefa proverà a porre fine con regole ferree a partire dalla stagione 2012/2013. Un fenomeno che, e questa è una speranza, si spera possa quantomeno affievolirsi e permettere l’azionariato popolare che in alcuni paesi consente ai tifosi di analizzare l’aspetto contabile del proprio club e deciderne la strada da percorrere. “Lo scandalo scommesse emerso nelle scorse settimane è solo la punta dell’iceberg della crisi dell’intero movimento del calcio, che sta pagando la pessima gestione degli anni di “vacche grasse”. A stagione conclusa e con i nuovi campionati ormai alle porte il quadro non può che essere ancor più sconfortante. In serie A, solo tre squadre (Catania, Fiorentina e Napoli) hanno chiuso il proprio bilancio in attivo. Il Bologna (così come l’Ascoli in B) ha rischiato di non finire il proprio campionato, mentre i punti di penalizzazione per ritardi nei pagamenti superano la doppia cifra in quasi ogni girone della sovradimensionata Lega Pro. La legge sugli stadi è ormai da anni ferma in un parlamento che fatica a legiferare; la tanto pubblicizzata “tessera del tifoso”, trattando il tifoso come un cliente, ha finito per allontanare la gente dai sempre più vuoti e decrepiti stadi. Infine, in una situazione di crisi e immobilismo politico/economico del paese, scene come quelle di Catanzaro, in cui i giocatori si sono seduti in campo incrociando le braccia in segno di protesta contro stipendi che non arrivavano, sono ormai entrate a far parte del panorama lavorativo italiano, in cui la lenta ripresa finanziaria stenta a ripercuotersi anche nel paese reale. Se è vero che non esistono singoli colpevoli per l’attuale situazione del calcio italiano, è quanto meno curioso come l’unica occasione in cui sono state chieste con una certa forza le dimissioni di Giancarlo Abete, che dal 2007 guida con più insuccessi (flop delle candidature per gli Europei) che successi la Figc, sia stata l’eliminazione della nazionale guidata da Marcello Lippi in Sudafrica. È ancora troppo presto per valutare il numero di club che anche quest’anno spariranno dal calcio professionistico, tuttavia all’orizzonte sembrano esserci due prospettive (una dall’alto, una dal basso) di lungo periodo che potrebbero evitare che lo sport più amato al mondo continui a essere preda di avventurieri che acquistano società per fini personali, o, ancor peggio, di riciclaggio. La soluzione dall’alto è quella imposta dall’Uefa del fair play finanziario, quella dal basso è la strada dell’azionariato popolare. Dalla stagione 2012-13 (con effetti concreti su quella del 2014-15) entrerà in vigore il fair play finanziario, il cui obiettivo è quello di portare alla maggior trasparenza finanziaria non permettendo alle società di spendere più di quanto non si ricavi. Se non si metteranno a posto i conti entro la stagione 2018-19 bisognerà dire addio alle competizioni europee. Per le società italiane, abituate al mecenatismo e alle vittorie costruite sui debiti, i parametri Uefa rappresentano un radicale cambio di mentalità volto a creare una gestione economica maggiormente virtuosa. Questa trasformazione è però temuta da tutti coloro che fino ad oggi hanno costruito i loro successi sull’indebitamento, tanto che lo scorso 14 aprile l’amministratore delegato del Milan Adriano Galliani dichiarava: «Il fair play finanziario fa male all’Italia». Tra i grandi club del nostro paese, quello che sembra essersi mosso meglio è la Juventus, che dalla prossima stagione potrà usufruire di uno stadio di proprietà. Tuttavia, le oculate scelte manageriali sono passate in gran parte in secondo piano di fronte alle scellerate decisioni tecniche post calciopoli. Pur in assenza di uno stadio di proprietà, anche le gestioni di Napoli e Udinese, che dalla prossima stagione potremo ammirare in Champions League, appaiono economicamente sane e calcisticamente vincenti. Come provano la cessione di Kaká e la campagna acquisti a risparmio del 2010 dei neroazzurri, anche Milan e Inter si stanno predisponendo ad affrontare questa rivoluzione sfruttando abilmente le falle del sistema italiano. Così riporta Il Sole 24 Ore: «Nel mondo omertoso e di ammiccamenti del calcio miliardario, la Covisoc (organo deputato al controllo dei bilanci ndr.) non può dare pubblicità ai conti delle squadre. Ad eccezione dei tre club quotati, Juventus, Lazio e Roma, obbligati a fornire tempestivi rendiconti ogni tre mesi, i bilanci delle altre squadre in alcuni casi non sono disponibili nella banca dati del Cerved fino a 8-9 mesi dopo la fine dell’esercizio». Questa opacità nella gestione finanziaria delle società e la difficoltà di effettuare controlli da parte degli organi preposti, permettono e favoriscono a tutti i livelli un’amministrazione malsana dei club. Nelle serie minori, laddove l’istituto del fair play finanziario non tange la conduzione del club, il controllo di una gestione societaria virtuosa dovrebbe poter passare anche attraverso il controllo dei tifosi, così come avviene in Germania e in alcune realtà inglesi. L’azionariato popolare può in questo senso essere una soluzione importante alla mala gestione dei club. In Italia il fenomeno è ancora in fase pioneristica; la prima cooperativa di tifosi è nata a Modena il 18 dicembre del 2008 e la prima vera grande ondata risale alla scorsa estate, quando si sono costituite realtà come MyRoma e Mantova United, le uniche ad avere quote della società, (meno dell’1% My Roma e 25% Mantova United). Da Venezia a Potenza, passando per Ancona, Torino e Gallipoli (solo per citare alcuni esempi) sono numerosi i gruppi di tifosi che si sono dati da fare in questo senso, pur non trovando sempre nei presidenti degli interlocutori aperti. Così come il fair play finanziario, anche l’azionariato popolare rappresenta una forma di rivoluzione culturale perché, come certificano le esperienze inglesi e tedesche, laddove sono i tifosi a scegliere democraticamente, il bene del club è anteposto agli interessi privati. Nonostante un’esterofilia imperante che porta a parlare spesso a sproposito di “modello inglese”, “spagnolo” o “tedesco”, nel resto d’Europa la situazione non è rosea. Le società inglesi della Premier League, il campionato di calcio più seguito al mondo, sono piene di debiti e in Spagna il duopolio Barcellona – Madrid monopolizza il 56% degli introiti, lasciando alle altre solo briciole. Notizie positive arrivano, guarda caso, solo dalla Germania in cui, salvo alcune rarissime deroghe, almeno il 51% della proprietà deve essere nelle mani dei tifosi-soci”. (tratto da www.thepostinternazionale.it)

Related posts