Tutte 728×90
Tutte 728×90

Una vita in riserva

Una vita in riserva

l’editoriale di Federico Bria
La proposta avanzata da alcuni di club di serie A sulla seconda squadra non è nuova. Tra la fine degli anni ’50 e, per circa venti anni, proprio in Italia venne organizzato il “Campionato Riserve” in memoria del compianto giornalista De Martino.

400px-CampionatoRiserve1956-67

La pubblicazione da parte della Gazzetta del Calendadio del Campionato Riserve 1956/1957

La notizia è dei giorni scorsi: le squadre di serie A chiedono di poter iscrivere la propria formazione riserve nel campionato di serie B, come già accade in Spagna. Mentre scrivo sto leggendo commenti di fuoco, scritti con passione integralista da presunti puristi del calcio. Perché presunti? Perché nulla è più vivo di qualcosa che cambia. Provate a bloccare un rapporto sociale, di qualsiasi tipo, tra chiunque, e dopo un po’ raccoglierete solo i cocci. L’integralismo, invece, non è presunto e pretenderebbe di coinvolgere tutti gli appassionati di calcio in una vera e propria guerra di religione da portare, naturalmente, contro i ricchi che, con i loro soldi, sarebbero la rovina di questo meraviglioso sport. Per porre fine a questa diatriba, prima ancora di entrare nel merito, basterebbe chiedere a chi è senza peccato di scagliare la prima pietra. Non avrebbero niente da farsi perdonare i proprietari dei piccoli club? Società di provincia, senza grandi capacità economiche, brillano – più spesso che mai – per incapacità gestionale manifesta. Buoni solo a spendere più di quanto incassano, non riescono a programmare neanche se glielo prescrivesse il medico. E, così, anziché investire quei pochi soldi che hanno nello sviluppo dei settori giovanili, con programmi d’investimento decennali, vanno in giro a sperperare denaro per mettere sotto contratto il “marpione” di turno con un curriculum lungo così. Ma sono tutti scemi senza logica, questi presidenti? Alcuni si, lo sono per meriti propri. Ma la maggior parte raccoglie solo farina proveniente da sacchi altrui. Quanti sono i tifosi che applaudono una squadra formata da ragazzini? Tanti, sulla carta. A sentire certi ragionamenti, sembrerebbe, anzi, che tutti gli appassionati di calcio italiani non vedano l’ora di trasformare la propria società in un… vivaio! Il problema nasce a ottobre-novembre, quando lo spessore dei ragazzini si infrange contro i duri scogli della realtà. Quando i risultati non arrivano e le tensioni salgono. Quando i cori si alzano e le proteste toccano il cielo; allora non ci si ricorda più di avere a che fare con ragazzini. Non si considera più la necessità che tutti facciano esperienza, né l’eventualità che quel ragazzino abbia sbagliato sport (non ruolo). Si forma, in quel momento, il sancta sanctorum del tifoso italiano medio, che tutto può dire e a cui tutto si deve. Un luogo dove vivono i tifosi che amano il calciatore che bacia la maglia (anche se pochi mesi prima ne aveva baciata un’altra e l’anno dopo ne bacerà un’altra ancora) e al quale chiedere sempre e solo una cosa: vincere. Ma lo sport non è fatto solo di vittorie. Anzi, è una pratica sociale che insegna anche come superare le sconfitte, accettandole, naturalmente. Ai nostalgici di un calcio che fu, che sarebbe messo in crisi dallo strapotere di chi “c’ha i soldi”, vorremmo dire che i presidenti della serie A hanno scoperto l’acqua calda e che loro, i puristi, non sanno nulla dello sport che dicono di amare. Non hanno mai sentito parlare di Emilio De Martino, ad esempio. Era un famoso giornalista sportivo, milanese di nascita ma salernitano di origine, tra l’altro direttore della Gazzetta dello Sport e del settimanale Lo Sport Illustrato. De Martino era così famoso, ai suoi tempi, che dopo la sua scomparsa la Lega Calcio volle dedicargli un torneo. Non un triangolare estivo da giocare sulla spiaggia, ma un vero e proprio campionato nazionale in cui le squadre di Serie A potessero far giocare le proprie riserve. Eravamo alla fine degli anni 50 e l’idea andò talmente bene che, dopo un po’ di tempo, si allargò anche alle squadre di Serie B che a quelle di Serie C. Alla fine, qualcuno si accorse che, sebbene una nuova vetrina potesse far comodo per far giocare tutti i calciatori a disposizione, il raddoppio delle partite portava ad un aumento esponenziale dei costi. Così, dopo qualche tentativo andato a male (con le denominazioni “campionato riserve” e “campionato under 23”) l’esperimento si interruppe. Ma non fu certo un fuoco di paglia, durò quasi vent’anni!
Oggi, questa idea dei paperoni è solo minestra riscaldata. Può darsi che faccia bene ai vivai, di certo sarà uno smacco per quelle piccole società di provincia che avrebbero potuto – esse si! – investire sui vivai e farne la propria mission aziendale. Non lo hanno fatto, per inseguire il modello del calcio televisivo, con campagne acquisti roboanti, mercato sempre aperto e borse senza cordoni. I fallimenti, oramai, sono all’ordine del giorno, mentre “voci” di tutti i tipi sono pronte a seguire h24 il ritiro precampionato del Canicattì (con tutto il rispetto…) come se fosse il Real Madrid. De Martino, per tornare a lui, era anche un prolifico romanziere. Uno dei suoi racconti più conosciuti si intitolava “la squadra di stoppa”. Ecco, appunto… se qualcuno si diverte ancora con questo calcio di stoppa, prego: si accomodi! Non saranno certo le riserve a rompere un giocattolo che da tempo è l’ombra di se stesso.

Related posts