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Quella voglia matta di trovare per forza un colpevole

Quella voglia matta di trovare per forza un colpevole

Patania è l’obiettivo più facile da attaccare, ma la squadra è tornata con un pugno di mosche da Marsala dopo aver giocato bene. Privarsi del tecnico è una soluzione che appartiene al passato.

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Ciano commette il fallo da rigore su Palmiteri. E’ il momento chiave (foto nuccio)

Oggettivamente Patania è stato troppo al Sanvitino. E’ un po’ il discorso che fa qualcuno con Berlusconi: ora che è caduto già manca ai suoi detrattori. Lo stesso succede all’ombra della Sila. Abituati ad un tecnico ogni tre mesi (per l’esattezza 28 in 10 stagioni come evidenziato da cosenzachannel.it), secondo molti il tempo per il buon Enzo è ormai scaduto. Inutili le parole di Fiore che ha sottolineato più volte come l’allenatore da lui scelto sia al centro del progetto e soprattutto c’è poca memoria di quando fioccavano i j’accuse contro chi, frettolosamente, mandava a casa i titolari della panchina. E stiamo parlando solo di pochi mesi fa… Ma questo è il calcio ed è meglio che l’oggetto del dibattere sia un allenatore discusso che stipendi non pagati e veleni alimentati ad arte. A Marsala mancavano le tre pedine con il tasso tecnico più alto, inoltre gli under “non titolari” e la panchina a disposizione di Patania non erano (e non sono) all’altezza dell’undici di base. Nonostante questo ne è venuta fuori una buona partita perché se Ciano, sino al 71′ il migliore, non avesse commesso quell’errore il Marsala non avrebbe segnato mai. Non abbiamo la sfera di cristallo, ma l’andamento della gara era chiaro. Il Cosenza ha surclassato gli avversari sul piano del gioco e, se non con lanci lunghi, i padroni di casa non sono stati in grado di impensierire minimamente la retroguardia rossoblù. Questo perché la trasferta in Sicilia era stata preparata correttamente, con dettami semplici: aggredire alti i biancazzurri e costringerli a disfarsi della palla in maniera frettolosa. Detto, fatto. Il pressing dei Lupi iniziava sulla trequarti e Biondo, Provenzano, Potestio (meno bene rispetto al Palazzolo) e Fiore (in crescita) sono riusciti a rubare tanti palloni di quanti non ne abbiano catturati nel resto del campionato. Le note dolenti riguardavano la prima linea. Caputo non è un attaccante centrale, ma una seconda punta classica che preferisce, come Mosciaro, partire largo da sinistra. Ecco spiegato il poco peso in area di rigore, sebbene i treni giusti siano passati. Provenzano, Caputo, Varriale e poi ancora Provenzano hanno avuto l’occasione per fare gol, ma la sorte non è stata benevola. Anzi. Il resto è figlio dell’ingenuità che nelle prime undici giornate di campionato ha accompagnato per mano il Cosenza. Che si viva una profonda crisi di risultati è lampante, ma chi credeva che la rinascita del calcio cittadino fosse immediata si sbagliava di grosso. A differenza degli altri anni, inclusi quelli in cui si vinceva, stavolta c’è una base dalla quale programmare. Che non significa per forza riuscire al primo colpo, ma anche operare, sbagliare e trarre indicazioni dagli errori. Togliere l’allenatore per prenderne un altro non è la soluzione giusta, ma soltanto quella più immediata e più populistica. Tenerlo invece al proprio posto, metterlo in condizioni di allenare una squadra al completo e rinforzata dal calciomercato per poi giudicarlo alla fine, sarebbe finalmente il gesto tangibile che si viaggia in controtendenza rispetto al passato. Tanto quest’anno non c’è l’obbligo di vincere, vero Cosenza? (cosenzachannel.it)
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