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Speciale: Under… construction (II parte)

Speciale: Under… construction (II parte)

Il mondo di De Rose e Danti ora è un altro. Ciccio ha maturato una precisa capacità di analisi, Domenico si è scrollato di dosso tutto il timore di finire davanti alle telecamere.

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De Rose, Danti, Provenzano e Rapisarda sono stati validi under del Cosenza

Se parli di Danti, viene spontaneo chiedere “chi, Dantinho?”. De Rose al contrario era “Ciccio Polpaccio”, uno tutto muscoli dedito a fare legna in mezzo al campo che ad un certo punto si mise pure a segnare qualche gol. Sono i migliori under che il Cosenza 1914 abbia fatto crescere dal 2007 in poi, ragazzi che per i loro allenatori non erano soltanto giovani da valorizzare e su cui puntare, ma pedine affidabili da considerare titolari inamovibili. “Nemmeno in B sono riuscito a ritrovare il pubblico del San Vito – spiega Danti – e mai dimenticherò, per me che venivo dalla Berretti del Rende, il primo giorno nello spogliatoio dei grandi”. “Quando invece toccò a me avvertii un po’ di distacco, ma i tempi sono cambiati – ricorda De Rose – Una volta passare dalle giovanili alla prima squadra incuteva timore, era devastante psicologicamente, adesso non è più così”.
COME UN VETERANO. Ciccio gioca nel Lecce, ma è ancora legato da altri due anni di contratto alla Reggina. Entrambi sono club che vantano un’organizzazione da Serie A. “Nessuno mi ha regalato nulla, mai. Ecco perché se c’è qualcuno che devo ringraziare quello sono io. Di pari, ci sono state persone che per me hanno significato e significano tantissimo. Ognuno mi ha dato qualcosa, fare dei nomi sarebbe ingeneroso, ma credo che il direttore Mirabelli, i miei allenatori Rigoli e Toscano e il tecnico del Real Cosenza Salerno, con cui c’è un rapporto che esula della sfera sportiva, possano essere messi in cima all’elenco”. In mezzo c’era il Cosenza. “Con tutto il rispetto, non è né l’Acri e né il Montalto. Giocare in rossoblù è un’arma a doppio taglio, dove fare bene ha i suoi vantaggi, ma fallire è pericolosissimo. Bisogna entrare nell’ottica di idee che c’è un solo risultato: vincere il campionato. Io stavo attento a tutto, specialmente alla vita privata perché per un ragazzo sbagliare un passaggio è un conto, sbagliare a livello morale e comportamentale un altro. Presi consapevolezza del processo in corso quando, una volta tornato a Cosenza in D, Toscano mi chiese se me la sentissi di giocarmi fino in fondo le mie chance. Lì capii che stava arrivando la mia occasione”.
LA GALLINA DALLE UOVA D’ORO.
Ricordate quel Danti che arrossiva davanti ad un taccuino ed una penna e che rispondeva a monosillabi dinanzi alle telecamere? Non esiste più, ora c’è un calciatore che vive giorno dopo giorno un’esperienza da favola con il Vicenza, dopo essere passato da Siena, da Reggio e da Terni ed aver segnato di tacco un gol da cineteca all’Olimpico contro il Toro. “Se sono qui è merito di Mirabelli e di Toscano. Si facevano i nomi della Roma e di altre squadre, ma il giorno in cui il direttore chiamò per comunicarmi che la metà del mio cartellino passava ai toscani, mi disse anche di restare concentrato sul campo e di continuare a fare quello che stavo facendo. Si stava realizzando un sogno però, arrivare in una società di A dopo essere partito dal basso non accade a tutti quanti. Credo che per la mia crescita siano stati fondamentali i consigli dei miei compagni più grandi, come Parisi e Moschella. In D per un under è indispensabile sentire la fiducia del gruppo ed io mi avvantaggiai di questo. A Siena fui sorpreso da come non ci fosse molto differenza dal punto di vista atletico, la tecnica individuale invece era un’altra cosa. A prescindere da questi due aspetti, a certi livelli conta solo la corsa, devi avere fiato e resistenza. Non ho rimpianti se guardo indietro, se un allenatore ti tiene in considerazione lo capisci durante la settimana, da come ti parla, da come di osserva. Per fare questo mestiere devi avere la testa sulle spalle, altrimenti meglio andare a lavorare”.
CON UN TACKLE DEI SUOI.
Ciccio rincara la dose. “Ho sempre sostenuto che se a 24-25 anni fossi stato ancora in D, avrei cercato un’occupazione parallela. Ho tanti amici tra i dilettanti e i problemi sono sempre gli stessi. Io consiglierei ad un ragazzo che si affaccia adesso nel mondo del calcio di coltivare le sue ambizioni soltanto se gli piace veramente e di non illudersi di poter arrivare dove non può. In cuor suo, ogni atleta sa fin dove può spingersi. In giro ci sono migliaia di calciatori e i soldi sono finiti”. De Rose sorprende per la sua capacità di analisi, tanto che riflettendo sui settori giovanili riesce a fornire un quadro realistico della situazione. “Ci sono grosse differenze tra chi proviene dalla D e chi dalle Primavere. Differenze motivazionali. Giocando nelle categorie più basse forgi il carattere e vivi esperienze vere, dove se la domenica fai ridere c’è chi ti prende da un orecchio per il tuo bene. Più sali di livello, invece, più c’è distacco: i migliori gruppi che abbia mai avuto sono stati a Cosenza fino alla C2. Si lottava col cuore e non per altro”. A supportarlo nei momenti difficili la fidanzata e la famiglia. “Mi hanno aiutato eccome. A volte capitano situazioni strane. Alla Reggina Breda mi schierò titolare 12 partite di fila, incentivandomi negli allenamenti, spingendomi a dare il massimo e complimentandosi con me. Poi fui squalificato dopo aver ricevuto la quarta ammonizione e non vidi più il campo nemmeno quando tutti i mediani erano indisponibili: preferì adattare un esterno in mezzo. La cosa che mi ferì maggiormente furono le sedute settimanali in cui sembrava non esistessi nemmeno per una casacca. Non ho mai capito il perché di quella situazione, ma è stata un’esperienza che mi ha fatto crescere insegnandomi che niente mi è dovuto, ma senza la mia ragazza e la mia famiglia non ce l’avrei fatta”. (cosenzachannel.it)
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