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Speciale: I’m not a bad boy (I parte)

Speciale: I’m not a bad boy (I parte)

Da Meroni e Padovano fino a Biccio Arcidiacono, passando per Pavone e Matteini. Facile far indignare la morale comune quando si vuole affermare il diritto ad essere se stessi.

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Arcidiacono con la sua maglia fotoshoppata in mezzo a Matteini e Pavone

La storia è piena di calciatori che hanno fatto parlare di sé dentro e fuori il campo. Sempre in bilico tra genio e sregolatezza, avrebbe poi detto qualcuno cercando di rinchiudere all’interno di schemi prestabiliti loro che di schemi non ne volevano sentir parlare. Anticonformisti, anarchici del pallone, latin lover, protagonisti ad ogni costo sono solo poche delle etichette che gli venivano affibbiate dalla moda del momento, sempre in bilico tra santi e falsi dei. “I’m not a bad boy” urlava Balotelli qualche tempo fa e lo stesso grido disperato si è levato nei giorni scorsi da Cosenza, dove Pietro Arcidiacono è stato crocefisso per una ragazzata più grande di lui. Il sesto speciale di CosenzaChannel.it è dedicato a chi, come Biccio, la vita l’ama fino in fondo al punto da volerla vivere per davvero, senza perdere neanche un minuto. La nostra città è stata piena di esempi di atleti che volevano affermare il diritto ad essere se stessi, ad avere una propria personalità e a viverla senza compromessi. Davide Matteini, pedina inamovibile della Reggiana in Prima divisione, e Cristiano Pavone, ora stimato agente di mercato, non hanno mai contestato il calcio, anzi, ne hanno seguito le regole esattamente al pari di Arcidiacono. Saranno loro ad accompagnarci in questo viaggio a bordo di una Lancia Aurelia B24, come quella guidata da Gassman ne “Il Sorpasso”.
ICONA BEAT. Il precursore del “calciatore-copertina” è Gigi Meroni. Finì sui giornali dell’epoca perché portava i capelli lunghi e andava in giro con una gallina al guinzaglio per spiegare da dove nasce una ribellione. Ma era anche un gran giocatore, eccome se lo era. Indossava la maglia numero 7 del Torino, una casacca ancora ferita dalla tragedia di Superga, che onorava con dribbling e gol. Ascoltava i Beatles e dipingeva quadri, ma lo faceva di notte perché non voleva fare tardi agli allenamenti. Rifiutò un attico messogli a disposizione dalla società per vivere in una mansarda sul Po con l’amore della sua vita, Cristiana, una ragazza polacca che per volontà della sua famiglia si era già sposata con un regista romano. I moralisti si indignarono gridando allo scandalo, lui semplicemente se ne infischiò. Il fato però gli riservò una fine crudele, beffarda: lo investì quello che a distanza di anni sarebbe diventato il presidente del Toro. In ventimila gli tributarono l’ultimo saluto, tra la folla non c’erano certo la Chiesa e la Stampa (contigua alla Juventus) che criticarono fortemente il rito religioso celebrato dal parroco ad “un peccatore pubblico”. Una settimana dopo, nel derby, i compagni di Meroni vendicarono con una grande prestazione le sette stracittadine in cui Gigi non era riuscito a battere i rivali bianconeri.
POP STAR. Michele Padovano, se Cosenza avesse avuto sette re come Roma, ne sarebbe diventato l’ottavo. Già a fine anni ’80 vantava tutte le qualità di una pop star e tra Via Panebianco e Commenda, dove viveva, non c’era ragazzina che non avesse perso la testa per lui. In campo incantava i tifosi con un sinistro magico, fuori era ombroso ed affascinante, a tratti anche introverso. Le adolescenti bussavano alla porta del suo appartamento dopo lunghe ed estenuanti ricerche su dove abitasse, era l’idolo incontrastato di una città che cercava di scrollarsi di dosso un vestito dettato dalla morale comune e che iniziava ad aprirsi verso pensieri eretici e progressisti. Gianni Di Marzio, in una famosa intervista al Corriere dello Sport, non esitò a dire che per Padovano intravedeva un futuro in Nazionale. Quando alzò al cielo la Coppa dei Campioni e ricevette la prima convocazione, la profezia si avverò. La sua storia proseguì tra alti e bassi, con la vita che ad un certo punto gli ha presentato il conto. Forse colpa di qualche cattiva amicizia. O, magari, di qualche amicizia in meno.  (Luigi Brasi)
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