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Speciale: Una musica può fare (I parte)

Speciale: Una musica può fare (I parte)

La simbiosi perfetta tra gli ultras e le loro band di riferimento, ma anche le canzoni che hanno raccontato le emozioni di un calcio che non c’è più. Liverpool e Celtic si contendono l’inno.

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Raccontare il calcio con le note è un esperimento ben riusciuto. Ma si deve essere tifosi

Il calcio è uno sport popolare e come tale veicola emozioni di ogni genere. Da favola può trasformarsi in dramma, regala sorprese e gioca brutti scherzi, a volte narra di imprese epiche, in altri casi racconta di figuracce colossali. Interi film e decine di libri sono stati dedicati al fenomeno che più di tutti in Europa infiamma le piazze, ma il legame più solido il football ce l’ha con la musica. Le note incalzano sul pentagramma come un’ala dai piedi buoni lo fa con il terzino che si trova davanti, il regista invece dà il la all’azione, l’arbitro infine sfuma lentamente le suggestioni della partita. Nell’undicesimo speciale di CosenzaChannel.it si parlerà di questo: del rapporto che una chitarra può avere con la palla di cuoio. E a margine del nostro focus, dopo avervi raccontato di come spesso gli ultras influenzino i testi delle canzoni e viceversa, vi suggeriremo anche una playlist di quindici brani da ascoltare mentre andate allo stadio…
PODOLSKY COME ALEXI LALAS. Ricordate Alexi Lalas? Giocò in Italia nella prima metà negli anni ’90 con la maglia del Padova, ma nonostante lo si creda il primo americano a militare in Serie A, potrebbe non esserlo: questione di passaporti e di visti per l’espatrio. Negli anni ’30 Alfonso Negro e Armando Frigo, infatti, indossarono la casacca della Fiorentina, ma si trattava di italo-americani, paisà di ritorno insomma. Lalas era un possente difensore centrale che nella stagione di esordio saltò solo una partita e segnò tre gol, nella seconda scese in campo in undici occasioni. Fu ingaggiato a margine di USA ’94 per un’operazione di marketing comunicativo, ma non sfigurò affatto. Icona di un’America rockettara, portava i capelli lunghi e la barba incolta. Amava la musica tanto che, dopo gli allenamenti e dopo aver giocato per strada a pallone con i ragazzini del quartiere, cenava e suonava in un’osteria del posto. Faceva parte di un vero gruppo rock, i Gypsies, con cui incise tre dischi e che i media rivelarono essere tra i preferiti di Chelsea Clinton, figlia dell’ex presidente Bill. Qualche tempo fa Lucas Podolsky, attaccante della nazionale tedesca, ora all’Arsenal, ha provato ad imitarlo interpretamdo il brano “Halleluja” insieme ai Brings, un gruppo musicale del 1990 i cui componenti sono di Colonia, la città in cui la punta ha giocato tre campionati ad alti livelli. I Brings sono una band che si esibisce nel dialetto della zona di Colonia, il Kölsch. Lukas, che conosce lo slang e le usanze del luogo, ha ballato e cantato con un discreto successo. Anche a Cosenza ci fu un calciatore famoso per i suoi stornelli. In molti raccontano che era un piacere ascoltare le strofe di Giansanti.
QUELLI CHE… Il calcio in una canzone è un esperimento riuscito a molti. Che col tempo l’Italia si sia trasformata in un paese di santi, poeti e allenatori è un dato di fatto, ma altrettanto vero è affermare che anche chi prende in mano un plettro o un microfono talvolta vorrebbe fare la formazione. Sono centinaia le quartine dedicate a quel rettangolo verde che racchiude sogni e speranze. Francesco De Gregori ne “La leva calcistica della classe ’68” sprona Nino a non aver paura di sbagliare un calcio di rigore mentre con le scarpette di gomma dura, a dodici anni e il cuore pieno di paura, si dirige verso il dischetto. Antonello Venditti dedicò un pezzo allo scudetto del 1983, quel Grazie Roma diventato col tempo inno stesso del club capitolino. Fu sostituito solo nel 2001, dopo aver rivinto il campionato, con un altro pezzo di Venditti in cui l’autore dipinse la squadra “gialla come il sole e rossa come il core mio”. Per i Lupi e per l’ultimo tricolore, il rapper Brusco compese “Quando gioca l’As Roma” snocciolando uno ad uno i protagonisti dell’undici di Fabio Capello. Più vecchia di qualche anno, ma nitida fotografia degli ’60, è “La partita di pallone” in cui il fenomeno calcio restava ancorato ad un maschilismo di fondo e dove la donna la domenica restava sola a casa, sacrificata sull’altare di un dio maggiore. Un rituale talmente improrogabile che indusse Rita Pavone a chiedersi se la partita fosse una scusa e se il suo compagno dicesse la bugia o la verità. Ad Enzo Jannacci sono legati i pomeriggi di generazioni intere di sportivi di provincia. Scrisse negli anni ’80 la sigla della “Domenica Sportiva” (“Gol“), ma nei ’90 riadattò un suo successo per l’omonima trasmissione “Quelli che… il calcio”. Si registrò il boom di ascolti per quella che resterà per sempre una pietra miliare della tv, forse la più bella. Viene considerata una hit, al pari della colonna sonora di “Tutto il calcio minuto per minuto“, fischiettata di tanto in tanto anche in qualche curva nostalgica. Per certi versi Nino D’Angelo si posizionò sullo stesso filone neomelodico di Venditti col brano “Napoli“, estrapolato dal film “Quei ragazzi della Curva B”. Max Pezzali degli 883, infine, trovò la metafora giusta per sfondare con “La dura legge del gol“. Parlando di delusioni amorose con tocco malinconico, tale Cisco ha uno scatto d’ira e rivolgendosi agli amici dice “Voi non capite un cazzo è un po’ come nel calcio… E’ la dura legge del gol: fai un gran bel gioco, però se non hai difesa gli altri segnano… e poi vincono… Loro stanno chiusi ma alla prima opportunità salgon subito e la buttan dentro a noi”. (CosenzaChannel.it)
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