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Caso Bergamini, indagata l’ex fidanzata Isabella Internò

Caso Bergamini, indagata l’ex fidanzata Isabella Internò

Adesso dovrà rispondere davanti alla Procura di concorso in omicidio volontario: non si trattò di suicidio, la riapertura del caso ha fatto emergere un nuovo filone investigativo.
bergamini primo piano
L’ex fidanzata di Donato Bergamini, Isabella Internò, è indagata per concorso in omicidio volontario. Dopo 24 anni sono a una svolta le indagini della Procura di Castrovillari per la morte dell’ex calciatore del Cosenza, Donato Bergamini, scomparso il 18 novembre 1989 in cause a questo punto tutte da accertare. La Internò è stata raggiunta da un avviso di garanzia dalla Procura di Castrovillari, che di recente aveva riaperto le indagini sul giallo Bergamini. A febbraio, in un articolo di Francesco Ceniti, la Gazzetta raccontava che Bergamini era già morto quando fu investito dal camion e non si gettò sotto il mezzo, come stabilì la prima inchiesta: ad ipotizzare il primo scenario sono una serie di perizie realizzate dai carabinieri del Ris e dal medico legale dopo la riapertura dell’inchiesta su richiesta della famiglia Bergamini.
La famiglia Bergamini e l’opinione pubblica chiede di conoscere la verità sulla misteriosa morta di Bergamini dal 18 novembre 1989. Aveva solo 27 anni quando i carabinieri di Roseto Capo Spulico arrivarono sulla statale 106 e lo identificarono nel cadavere finito sotto un camion. Ad assistere alla tragedia furono l’autista del Fiat Iveco 180, Raffaele Pisano, e l’ex fidanzata del giocatore, Isabella Internò. “Si è ucciso tuffandosi tra le ruote dell’autocarro”, la sua versione riferita ai militari e confermata da Pisano. “Suicidio”, la frettolosa conclusione a cui arrivarono gli investigatori di allora nonostante le mille incongruenze della versione “ufficiale” e i tantissimi indizi che avrebbero consigliato maggiore attenzione. “Suicidio”, riaffermò la sentenza definitiva del 1992 che mandò assolto l’autista dall’accusa minima di omicidio colposo. Poi solo il silenzio, nonostante una breve riapertura del caso nel 1994.
Un silenzio lacerante per il papà, la mamma e la sorella di Donato. Sorretti da una infinita forza interiore, nella speranza di avere giustizia, e supportati da migliaia di tifosi e dall’associazione nata in nome di Bergamini, hanno continuato a lottare. Sembrava una partita persa, ma l’incontro con l’avvocato Eugenio Gallerani ha ribaltato il pronostico. Il legale ha studiato tutte le carte del caso, svolgendo indagini e mettendo in risalto le voragini presenti nella versione ufficiale in un memoriale di oltre 200 pagine consegnato nel 2011 alla Procura di Castrovillari.
Il resto è storia recente: le nuove prove portate dalla famiglia Bergamini hanno permesso la riapertura del caso. Non più suicidio, ma omicidio volontario. Non era una inchiesta semplice, ma l’ottimo lavoro svolto con puntiglio (e spesso a fari spenti) dal procuratore Franco Giacomantonio e dal sostituto Maria Grazia Anastasia hanno dato risultati insperati. Le prime risposte importanti erano arrivate da una serie di perizie (compresa quella dei Ris di Messina e del professor Testi sui reperti conservati al momento dell’autopsia): Bergamini era già morto quando fu sormontato dalle ruote del camion. Quindi qualcuno aveva trasportato il cadavere sulla strada e organizzato la messinscena. Le indagini sono poi entrate nel vivo grazie ai passi in avanti compiuti dai carabinieri di Cosenza e negli ultimi mesi da quelli di Castrovillari. Individuato il movente dell’omicidio (da far risalire alla vita privata di Bergamini), occorreva ricostruire lo scenario nel quale era maturato. Cosa non facile dopo tutto questo tempo. Ecco perché sono state risentiti decine di testimoni (compresi gli ex compagni di squadra). (gazzetta.it)

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