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Cento anni di passione, una storia d’amore e mille divisioni

Cento anni di passione, una storia d’amore e mille divisioni

Domenica prossima, per una volta, i tifosi del Cosenza metteranno da parte divergenze lunghe una vita. Sarà la festa di chi non vive senza i Lupi… ognuno a modo suo.
melfi-cosenza festafinaI Lupi hanno appena espugnato Melfi. E’ iniziata la settimana più bella (foto shartella)
E’ ufficialmente iniziato il conto alla rovescia in vista del centesimo compleanno del calcio cosentino, un evento unico ed irripetibile che consente ad ognuno di noi di sentirsi protagonista e partecipe al di là degli schieramenti e delle fazioni cui ritiene di dover appartenere. In realtà è proprio questo, o almeno dovrebbe essere, il senso di questa festa: per pochi giorni tutti uniti sotto un’unica grande bandiera, quel vessillo che in cento anni ha rappresentato e continua a rappresentare la storia di una comunità, il cammino di una città che in cento anni è cambiata radicalmente così come è cambiato il senso di appartenenza ad essa ed alla sua squadra di calcio. Per ognuno di noi il Cosenza ha rappresentato qualcosa di unico e per molti ha scandito i tempi e i modi di un vivere la propria città e le proprie radici territoriali e culturali assolutamente originale ed esclusivo. Per poter raccontare tutte le emozioni e i ricordi legati alla maglia rosso blu non basterebbe una vita e probabilmente non avrebbe neanche poi così senso: sono quelle emozioni che ognuno deve conservare nel cassetto dei propri ricordi più intimi anche perché, se raccontati a chi non li ha vissuti, perderebbero di senso e di valore. Sono quelle emozioni che appartengono ad una comunità perché figlie di quella generazione e della città come è oggi e come è stata e si è trasformata nel tempo: dai primi calci dati ad un pallone sul polveroso campo di Piazza delle Armi quando la città aveva il suo cuore pulsante nel centro storico di oggi, ai miti ed alle leggende sorte tra le mura del Campo Sportivo “Città di Cosenza”, l'”Emilio Morrone”, così denominato in memoria di un giovane cosentino caduto, per un incidente di gioco, durante una gara, struttura dove in tanti, generazioni custodi di una memoria quasi scomparsa, hanno ammirato ed osannato protagonisti che, lontano dai riflettori dei media moderni, divennero nel tempo figure mitologiche, come Giuseppe Pellicori, per le cronache “permesso”, educato dribblatore di avversari e tifosi. Potremmo raccontare e far capire, senza probabilmente riuscirci, quanto legato ai risultati calcistici fosse anche il riscatto sociale di una terra martoriata: l’affannoso inseguimento della serie B conquistata nel 1961 e faticosamente mantenuta grazie a calciatori e tecnici dal sapore antico di eroi della pedata, Follador, Ardit, Campanini, Lenzi, dell’allenatore Julius Zsengeller e del presidente Biagio Lecce; la costruzione e l’inaugurazione del nuovo stadio, il “San Vito”, segno di un evidente bisogno di modernità di una città in evoluzione ed un’attesa lunga 24 anni per riassaporare quel profumo del calcio che conta in una città ormai trasformata ed in pieno boom anni 80. Potremmo narrare dei drammi dei fallimenti e delle retrocessioni, potremmo narrare delle lunghe squalifiche per l’eccessivo ardore di una tifoseria mai doma e sempre assetata di giustizia, o presunta tale, potremmo raccontare mille leggende e racconti ai limite dell’epico su calciatori, dirigenti e tifosi. La storia di una città, la storia di un popolo che, da vicino o da lontano, conserva e preserva la sua appartenenza anche grazie alla sua squadra di calcio, a quei “due colori magici che ci fan venire i brividi”. Ed allora basta con le parole, stop alle fazioni, da oggi siamo solo cosentini ed ognuno di noi simbolicamente spegnerà una delle cento candeline di una meravigliosa torta rosso blu: il 23 febbraio si celebra il compleanno di ognuno di noi, di tutti quelli che hanno il Cosenza nel cuore e che con il Cosenza al fianco sono cresciuti: esultando, imprecando, ridendo e piangendo. Il nostro Cosenza, la nostra storia. Auguri mio vecchio e caro lupo, compagno di avventure e custode delle gioie e dei dolori di adolescente e di uomo, quello che posso augurarmi è che le future generazioni, i miei figli, possano un giorno provare le stesse identiche emozioni che io ho provato per te. (Antonio Pallo)

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