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Quando a sognare era il San Vito

Quando a sognare era il San Vito

Lo Scida ha vissuto un pomeriggio magico per Crotone-Bari. Un tempo, invece, toccava al Cosenza vivere serate emozionanti immaginando Zidane e Ronaldo sull’erbetta del San Vito. 
curva crotoneLa curva pitagorica al momento dell’ingresso in campo delle due squadre
C’era un tempo in cui era il San Vito a riempirsi e a sognare che Ronaldo e Zidane un giorno venissero contaminati dalla bellezza dei boschi della Sila. Era un Cosenza che indossava abiti firmati quando si accendevano i riflettori e che faceva trepidare i suoi supporter. Non solo lo zoccolo duro, ma anche i tifosi occasionali, sempre in prima fila all’evento sportivo dell’anno. L’aria frizzante, la sciarpa al collo e le tribune piene. In Numerata tanti uomini di calcio, in campo talenti che avrebbero poi visto i palcoscenici della Serie A e della Champions. Le stesse emozioni le hanno vissute a Crotone in una stagione a metà tra la fiaba e la realtà, in cui i rossoblù hanno toccato il cielo con un dito e dove la popolazione si è mobilitata per non perdersi un minuto dei playoff col Bari. Due città di mare a confronto, l’Ezio Scida stipato in ogni ordine di posto, il settore ospiti che a fatica riusciva a trattenere l’impeto di quanti hanno seguito i galletti dalla Puglia. In riva allo Ionio si è respirata quell’aria che il San Vito conosce bene e di cui vuole tornare a riempirsi i polmoni. Il presidente Vrenna e il ds Ursino sono la testimonianza che la programmazione alla lunga dà i propri frutti e che, senza vivere costantemente sull’orlo di un precipizio, lo sport quando gli va è in grado di premiare chi è più bravo. Alla fine hanno vinto il Bari (anzi la Bari, quella che ha comprato Paparesta) e i suoi sostenitori, davvero spaziali: anche questo epilogo ricorda da vicino quelli del Cosenza. Taranto, Lecce, Verona: quante volte i desideri più nascosti stavano per materializzarsi e di botto sono scomparsi come fa la notte al sorgere del sole. Probabilmente sarà anche un’abitudine delle nostre latitudini fischiare il calciatore più talentuoso dopo una partita no. Al San Vito capitò un po’ a tutti, allo Scida è stato il turno di Bernardeschi beccarsi la sua razione di rimproveri in un match sottotono. Poco male, tra qualche anno sarà un perno della Nazionale e lui lo sa, forse è per questo che lo accusano di essersi un po’ montato la testa. Dicevamo delle emozioni che trasmettevano le tribune: belle, intense. Lo Scida è un catino, piccolo, non certo mastodontico e dispersivo come l’impianto di Via degli Stadi. Alzi la mano chi non ha pensato almeno una volta che con un campo su misura, magari con le gradinate a ridosso del rettangolo verde, i Lupi avrebbero perso nel tempo qualche sfida in meno tra le mura amiche. Infine, che dire dell’amarezza calata sullo stadio al 90′ e soprattutto dopo un pesante (ma giusto) 0-3 sotto gli occhi del divo Florenzi per un giorno figliol prodico? Guardacaso il calice bevuto dai pitagorici aveva lo stesso gusto di mille sconfitte patite dal Cosenza, ma i “wolves” sono nati per soffrire e quelli del Crotone no. La differenza, in fondo, è più grande di ogni analogia.

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