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Aspettando gli uomini veri

– l’editoriale di Piero Bria –
Il Cosenza sembra incapace di mordere le caviglie e andare in trasferta col petto all’infuori per difendere i propri colori: nello sport bisogna saper accettare le sconfitte senza mai però abbassare la testa.
roselli capo-bassoGiorgio Roselli nel pre-partita di Catanzaro-Cosenza disputato al Ceravolo (foto mannarino)
Premessa doverosa: preferisco perdere un derby vero che non assistere alle sceneggiate degli ultimi anni. E lo dico a scanso di equivoci. Perché nella vita si può perdere, figuriamoci in una partita di calcio. La cosa però che non tollero è che nessuno deve tollerare è che in una partita come quella di ieri ci sia la resa, si abbassi la testa. E il riferimento è ad una squadra, il Cosenza, incapace di mordere le caviglie, incapace di andare petto all’infuori da Bernardo per placare la sua esuberanza nell’esultanza, incapace di avere il sangue negli occhi. Ricordo con grande affetto, quando era un ragazzino e mi dilettavo a giocare a calcio, uno dei miei primi veri allenatori: Orlando Fazio. La squadra in cui giocavo era la Popilbianco. Una squadra che tutti, e dico tutti, definivamo “materasso”. Eravamo tutti ragazzi di strada “scartati” da squadre giovanili importanti come potevano essere all’epoca il Cosenza, il Rende, l’Azzurra. Ebbene Orlando Fazio fece di quella squadra di brutti anatroccoli dei cigni capaci di arrivare secondi e perdere nelle semifinali regionali contro la Nuova Crotone. Fu un campionato strepitoso dove solo con l’ardore agonistico e una preparazione fisica adeguata riuscimmo a sopperire al gap tra noi e gli altri. Ogni partita era un esame. Quell’esperienza segnò il cammino di molti dei ragazzi che giocavano in quella squadra. Ogni qualvolta uscivamo dallo spogliatoio per entrare nel fango (perché di campi in erba all’epoca ce n’erano davvero pochi) sapevamo che dovevamo dare qualcosa in più del nostro avversario. Credetemi se vi dico che eravamo dei piccoli leoni con gli occhi infuocati. Avevamo così tanto ardore agonistico da incutere timore nei nostri avversari. Ed era così per tutti i componenti della squadra. Perché eravamo squadra fuori e soprattutto dentro al campo. Ricordo ancora quando durante una partita venne commesso un brutto fallo ai danni di Gianluca La Canna (fratello di Mario ex giocatore rossoblu). La squadra si catapultò immediatamente verso di lui per poi accerchiare il “killer” avversario. Penserete voi: ma questo è un voler quasi incitare alla violenza. No, non fraintendetemi. Non accadde nulla di ché in quel frangente. Quello che si fece più male fu il povero La Canna costretto ad andare in ospedale a causa di una rottura del crociato. Ma di sicuro, gli avversari capirono che di fronte avevano una squadra. E che bastava toccarne uno per scatenare la “reazione” degli altri. A distanza di anni ho perso di vista molti di quei ragazzi che, insieme a me, hanno vissuto un’annata fantastica che ci ha insegnato come nello sport, e così nella vita, non bisogna mai darsi per vinti. Si può perdere certo, ma tutto dipende da come lo si fa. E soprattutto bisogna saper vincere. Un altro aspetto a cui davamo molta attenzione. Perché offendere un perdente è il segno più vigliacco e miserevole di questo mondo. Ovviamente non mi riferisco agli sfottò tra tifosi che fanno solo da contorno ad una partita dal sapore unico come può essere un derby. Oggi ho voluto incentrare l’editoriale non su un aspetto tattico o su analisi della partita, bensì su un qualcosa che reputo fondamentale a prescindere da un risultato: l’essere squadra. Quello battuto ieri al Ceravolo non era il Cosenza ma una formazione normale incapace di lottare, incapace di unirsi nell’avversità e “combattere” fianco a fianco per dimostrare il proprio valore, il proprio carattere e per raccontare un giorno, ai propri figli, che non dovranno mai abbassare la testa. “In ginocchio mai” recita uno striscione significativo della Sud. A questo vorremmo aggiungere di non abbassare mai la testa, di fronte a nessuno. Perché perdere fa parte del gioco, l’essere uomini veri della vita.
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