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La maledizione dell’appartenenza

La maledizione dell’appartenenza

– l’editoriale di Piero Bria –
Le lacrime di Fornito, come i sentimenti di Mosciaro, spingono ad una riflessione: possibile che essere di Cosenza non sia una risorsa ma un problema o peggio ancora una minaccia?
fornito si riscaldaGiuseppe Fornito in una fase di riscaldamento durante la sfida al Pontedera di due settimane fa
Immaginate di essere un calciatore del Cosenza. Si, voi che state leggendo. Cosentini al servizio del Cosenza. Immaginate poi che il vostro allenatore di voi dica: “E’ il giocatore più talentuoso della squadra, alla sua età è già un calciatore fatto”. Ebbene, dopo simili affermazioni potreste mai immaginare di andare in panchina per mesi ed “ammuffire” per due derby due contro gli acerrimi rivali di sempre: Catanzaro e Reggina. Come vi sentireste a non poter giocare per la squadra della vostra città, a lottare per i colori che indossate sin da piccoli e che hanno fatto si che nascesse dentro di voi quel senso di appartenenza che ti rende parte integrante di un territorio? Frustrati, emarginati potrebbero essere solo alcune delle sensazioni più naturali (già provate ad esempio da Mosciaro che, a proposito, ci ha “vendicato” segnando un gol strepitoso contro il Catanzaro). Pensate per un ragazzo di appena 20 anni come Fornito. Le sue lacrime (clicca qui per la foto del momento di sconforto del calciatore sabato scorso) ci hanno colpito perché ci siamo immedesimati in un cosentino prima e calciatore poi. Non siamo qui a giudicare Roselli e le sue scelte (anche perché finalmente si spera che la vittoria con la Reggina abbia invertito il trend visto che i silani, nelle speciale classifica sui punti conquistati nel girone di ritorno risultano terzultimi con soli sei punti all’attivo). E’ lui l’allenatore ed è sempre lui che si assume le responsabilità. Ma quantomeno vorremmo capire cosa ha spinto l’allenatore ad incensare prima il giocatore per poi silurarlo. Vedere Fornito giocare in Coppa Italia contro il Pontedera due settimane fa è stata una gioia per gli occhi. Il ragazzo ha classe ed il Cosenza ha l’obbligo di valorizzarlo. Perché è da giovani come lui che può partire la rinascita e non da chi ha finanche indossato la fascia di capitano per poi, dopo pochi mesi, chiedere di andare via. Possibile che essere di Cosenza non sia una risorsa ma un problema o peggio ancora una minaccia? Questo è inaccettabile e basterebbe poco (ossia immedesimarsi nei panni di un calciatore di casa nostra con grandi potenzialità) per capire il danno che si sta compiendo.
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