Cosenza Calcio

Arrivederci ingegnere rossoblù

 – di Piero Bria e Antonio Clausi –
Ci ha lasciato un grande tifoso del Cosenza: Michele Martire. Per molte persone ha rappresentato quella giovinezza che resterà per sempre indelebile nei nostri cuori. Noi vogliamo ricordarlo a modo nostro. Come, forse, sarebbe piaciuto anche a lui.
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C’è un giorno in cui tutto è più nitido. Il giorno in cui ognuno di noi si ferma. E’ già capitato e, purtroppo, continuerà a capitare. Sabato scorso per molti di noi è stato quel giorno. Ci sono attimi che valgono una vita e ti consentono di dare valore a parole, frasi, sensazioni che diversamente si perderebbero nei meandri di una vita spesso monotona. Sabato scorso una parte della mia giovinezza è andata via. Un secondo padre, anche lui grande tifoso del Cosenza. L’ingegnere Michele Martire è stato uno di quei tifosi silenziosi ma che è riuscito a trasmettere la sua stessa passione al figlio Stefano, colonna portante dei Cosenza Supporters insieme al cugino Luca. Ricordo tanti anni fa, quando ancora Cosenza respirava aria di serie B, che l’ingegnere Martire mi disse: “Non accetterò mai un biglietto gratis. Sono e sarò un abbonato perché è l’unico modo che ho per aiutare e contribuire fattivamente alla sopravvivenza della mia squadra”. Era il periodo dei “portoghesi” in tribuna numerata (e tra i cadetti erano davvero tanti). L’ingegnere era fatto così. E poi amava leggere. Ricordo finanche i complimenti che mi fece quando lesse il mio primo articolo sul Forza Cosenza. Non lesinava critiche ovviamente. Perché lui, così come riusciva ad innalzarti allo stesso tempo ti riportava con i piedi per terra. Perché l’essere umile era una prerogativa fondamentale. La sua porta è stata sempre aperta, per tutti. Non era un amante delle luci da palcoscenico ma quando si accerchiava di persone, fossero grandi o piccole, riusciva a prendersi la scena grazie a quel suo carattere gioioso, allegro e accomodante. L’ingegnere, per i ragazzi della mia età e non solo, rappresenta l’uomo senza tempo, senza età. L’immortale che resta e resterà indelebile nella mente di tutti noi. Perché il suo viso, le sue smorfie, la sua sigaretta sono state, sono e rimarranno l’emblema di uomo per cui il tempo sembrava non passare. La sua vitalità, la sua disponibilità, il suo essere anticonformista gli ha consentito di lasciare dentro di noi un ricordo speciale. Così come speciali erano quei tornei a Camigliatello che lo vedevano in prima linea a fare il tifo per la squadra di suo figlio, di suo nipote e di quelli che per lui sono stati una sorta di figli adottivi: gli Apache. Perché quella squadra di calcio ha rappresentato per lui vita, e quei ragazzi una famiglia da coccolare e crescere. Ragazzi nei quali specchiarsi per cercare di dimenticare le amarezze di una vita che, a volte, rischia di incidere a tal punto da provocare dei crolli . Ma lui è rimasto sempre in piedi, sorridente e pronto a dimostrare come si possa continuare a vivere anche quando ti vengono tolti gli affetti più cari. L’ingegnere è stata la dimostrazione di come si possa andare avanti con dignità, con amore e tendendo la mano al prossimo. Ma era anche un furbo giocherellone. Ricordo, come fosse oggi, un pomeriggio di dodici anni fa. Eravamo a Camigliatello. Vincemmo la finale del torneo estivo contro i nostri rivali di sempre: Forgitelle. Per l’ingegnere, che viveva Camigliatello più di ogni altro e conosceva tutte le persone del luogo, era più di un derby. Del resto giocavamo contro i ragazzi del posto, vogliosi di primeggiare a casa loro. Quella vittoria gli regalò una gioia immensa a tal punto da voler festeggiare a casa del “nemico”. Eh si perché fu l’ingegnere a chiedere al nostro portiere di prendere la sua auto (un maggiolone decappottabile) per respirare l’aria dei vincitori. Sembravamo avere le ali. Arrivammo al bar dei nostri avversari e l’ingegnere, col sorriso sotto i baffi, si presentò al bancone dinanzi al papà del capitano della squadra avversaria e ordinò una limonata. Lo sfottò fu avvertito subito dal titolare che rispose di non avere nulla. L’ingegnere, che aveva sempre la risposta pronta e pungente, gli disse: “Guardi, mi dia qualunque cosa basta che quantomeno ci metta una scorzetta di limone. Almeno questa l’avete, vero?”. Era pungente, aveva quel sarcasmo che lo differenziava dalla moltitudine. Sabato scorso l’ingegnere ha deciso di prendersi una pausa in attesa di ritrovare tutti di noi. Per una volta è lui ad uscire di casa e non noi. Aspettarlo, purtroppo, non ha senso ma ricordarlo è doveroso. Come scrisse un’icona del pacifismo e della lotta per i diritti civili, Joan Baez: “Non si può scegliere il modo di morire. E nemmeno il giorno. Si può soltanto decidere come vivere”. Lui ha vissuto da gigante tra i piccoli. Noi decidiamo di vivere nel ricordo di chi ci ha amato e continua a farlo. Anche se lontano da noi. Anche se fisicamente non più con noi. Il buio del dolore non prevarrà mai sulla luce di ciò che siamo stati e saremo nel tempo. Perché ognuno di noi scrive la sua storia e quella storia è destinata a restare in maniera permanente nelle pagine della nostra mente. Mio padre, ne sono certo, l’avrebbe definito prezioso come un Van Gogh. Arrivederci ingegnere con il dolore nel cuore ma la gioia di averti avuto accanto. Firmato: atteggio!!! (lui capirà…)
Piero

Lo chiamavano tutti “Zio Michele” al punto da chiedermi quanti fratelli e quanti nipoti avesse. E’ bastato un minuto per capire come stavano le cose e perché non ci fosse una persona che non si fermasse a chiacchierare con lui. Me lo presentò suo figlio Stefano ai tempi in cui essere “vivi, allegri e combattivi” non era una semplice scritta sbiadita dal tempo a Città 2000, ma l’interpretazione data alla vita da un gruppo di amici. Lo incrociai la prima volta durante una riunione del Tam Tam a casa sua: da quel momento le visite divennero frequenti anche quando a discutere erano i Cosenza Supporters. Sapeva bene perché fossi lì, ma mi domandò a bruciapelo “Cosa hai preso all’università?”, dando per scontato che avessi continuato gli studi dopo il Liceo. “Sono iscritto ad ingegneria, ramo ambientale” risposi scorgendo sul suo volto un sorriso che gli illuminò gli occhi. Ecco, aveva trovato il punto in comune anche con me perché con chiunque entrasse lì dentro ne aveva almeno uno da condividere e da alimentare con continue digressioni filosofico-sociali. Era tifoso del Cosenza, ma forse non ne abbiamo mai parlato davvero: sarebbe stato il più banale degli argomenti da affrontare con chi aveva ogni volta mille cose da dire e commentare. L’ingegnere era talmente diretto nel prenderti in giro che riusciva a farti sorridere anche quando eri la vittima della sua ilarità. Un giorno ci vedemmo a Camigliatello, il suo regno, ed aveva la Provincia Cosentina in mano. Era il 2007 e da qualche giorno avevo iniziato a scrivere. “Antò ho letto i tuoi articoli, hai talento. Però se lasci l’università mi incazzo” ed iniziò a darmi consigli e suggerimenti su come raffinare lessico e concetti. Non lo dimenticherò mai, perché diceva quello che pensava: non mi avrebbe mentito per tutto l’oro del mondo.
Antonio
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Redazione Cosenza Channel

Cosenza Channel è una testata giornalista nata nel 2008 con l’idea di occuparsi principalmente delle notizie sul Cosenza Calcio. Il successo conseguito sin dai primi anni ha permesso alla testata di avviare una collaborazione televisiva per mandare in onda un format che parlasse di calcio, in particolare dei Lupi e poi delle altre squadre calabresi. La svolta arriva nel 2016, quando la redazione amplia i contenuti del portale d’informazione, pubblicando notizie di attualità. Il 5 settembre 2019 Cosenza Channel si trasforma completamente. Nuova grafica, contenuti esclusivi, con l’obiettivo di crescere e rendere un servizio informativo sempre più attendibile e di qualità.

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