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L’erba di Pasquale sarà sempre più verde

Ultimo giorno di lavoro per lo storico giardiniere e custode dello stadio San Vito che racconta 31 anni di Cosenza Calcio: “Ho visto tutto, ho vissuto gioie e dolori, qui lascio gran parte della mia vita”.
grandinetti pasqualeLa storia del Cosenza Calcio, il mitico Pasquale Grandinetti va in pensione (foto mannarino)
Quante volte avete sentito la frase: “I presidenti passano, i giocatori pure, il Cosenza resta per sempre”. Una verità assoluta, ma c’è una figura che ci ha accompagnato per quasi mezzo secolo. Pasquale Grandinetti, il guardiano del San Vito è stato colui che ha reso possibile ogni gara disputata dai Lupi dagli anni ’80 ad oggi. Pasquale, ha vissuto oggi il suo ultimo giorno in quello che può essere definito il suo Eden. Da domani tutto sarà diverso, sia per lui che per noi.
GLI OCCHI ROSSI. “Il ricordo più bello è quando abbiamo conquistato la serie B dopo venticinque lunghi anni di agonia. Era la stagione 1987/1988 e sembra ieri. Il fallimento del 2003 invece fu traumatico. All’epoca anche mio figlio Giuseppe lavorava per i rossoblù e mi chiamò di notte dal ritiro in Sila. Papà, mi disse, qua piangono tutti: vieni anche tu. Presi la macchina e salii“. E’ questo il primo pensiero che Pasquale riserva a CosenzaChannel. Un flash back che carica di lacrime gli occhi di un gigante che è riuscito a fare dell’erba del San Vito l’erba più invidiata d’Italia. “Ho dato tutto per il Cosenza e se mi guardo indietro non ho rimpianti. Non sono mai mancato, anche quando ero malato. Non ho mai, e dico mai, dato priorità ad altro. Per me il Cosenza è venuto prima di ogni cosa”. Il primo giorno di lavoro, una vita fa. “Era il 12 maggio del 1984 quando iniziai ufficialmente la mia attività, anche se già con il comune davo una mano affinché il campo fosse idoneo di domenica in domenica. Andavo a zig-zag nel tagliare l’erba, ora invece è diventato un giocattolo”. Poi un ringraziamento. “Giovanni Arlotta è stato il mio maestro e faccio i complimenti a chi ha costruito questa struttura. E’ un privilegio averla gestita. Consentitemi di ringraziare tutte le persone che sono gravitate da qui. Ognuno mi ha lasciato qualcosa e spero, con il cuore, di aver lasciato anche io qualcosa a loro”.
DA DI MARZIO A MIRABELLI.Io ho sempre bisticciato con i tecnici per l’utilizzo del campo. Se si vuole giocare su un terreno idoneo non ci si può allenare tutti i giorni lì. Mutti, Scoglio, Reja e De Biasi: con loro i litigi più forti. Ma anche con Sonzogni era dura avere la meglio. Vorrei rivedere tutti loro, penso sempre a Giorgi, Zaccheroni o Mondonico. Simoni qualche anno fa tornò e mi venne a cercare: è motivo di grande orgoglio per me”. Parlando di Di Marzio, però, il tono di voce cambia. “Una persona eccezionale. Non è stato solo il mio allenatore, ma anche il mio direttore sportivo”. Speciale il rapporto con Mirabelli, con cui una volta passò un’intera giornata a spalare neve per permettere lo svolgimento di un match. “Un grande dg. Non mi fece mai mancare nulla. Se chiedevo qualcosa arrivava dopo cinque minuti. La sua organizzazione era capillare e perfetta”.
LENTINI, UNA STATUA GRECA. L’amicizia che si è instaurata nel tempo con i calciatori è proseguita a prescindere dai verdetti del campo. “Non posso sceglierne uno perché farei un torto a tanti altri. Impossibile descrivere l’amicizia che mi lega a Ciccio Marino, Marulla, Castagnini, Urban, Giansanti e Giovannelli. Quello più forte però che abbia mai visto giocare con la nostra maglia è Lentini. Quando Luca Pagliuso mi confidò che lo avremmo ingaggiato non gli credetti e mi misi a ridere. La prima volta che lo vidi pensavo fosse un bronzo di Riace. Professionalità estrema al servizio del gruppo: un esempio da seguire”.
UN SASSOLINO. Poi arriva una frecciata sul centenario. “Non ho partecipato come avrei voluto. Mancavano tante persone. Covino, un’istituzione, Pagliuso, per me il presidente migliore di sempre, e altre persone che nel bene e nel male hanno fatto la storia di questo club. E poi, sinceramente non sono stato invitato seppure fossi allo stadio quel pomeriggio”. Chiusura sul futuro. “Mario Dodaro farà meglio di me, è capace e sono contento che tocchi a lui. Di sicuro da solo non riuscirà a gestire una mole di lavoro importante. Per quel che potrò proverò a dargli una mano”. Finale da lacrime. “Ho dato la mia vita per il Cosenza. Cosa lascio? Quello che vedete. Il mio lavoro finisce qui ma la mia fede e l’amore per il Cosenza durerà in eterno”. Da domani il San Vito perderà il suo mentore ma di sicuro potrà raccontare una delle storie più belle e romantiche che il calcio di casa nostra possa narrare. Arrivederci Pasquale e grazie di cuore. La tua erba sarà sempre quella più verde che la nostra mente possa ricordare.
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