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Daniel e il gommone che non c’è più: “Cosenza vuol dire libertà”

Daniel e il gommone che non c’è più: “Cosenza vuol dire libertà”

Il magazziniere dei Lupi è il simbolo dell’integrazione: “Non mi sono mai sentito tanto italiano quanto a Verona. Non credo sia esistita una dittatura più ignorante della nostra”.

COSENZA “Non mi sono mai sentito così italiano come in una partita al Bentegodi nel 2010. Giocavamo a Verona, si trattava di un match delicato, potevamo avvicinarci alla vetta e c’era chi la notte stentava perfino a prendere sonno. Non appena mettemmo piede in campo, però, tutto lo stadio si mise a cantare “benvenuti in Italia”. Fra me e me chiesi come era possibile che mi avessero già riconosciuto, poi capii che non ero io il bersaglio. O meglio non ero solo io”. Desdan, è nato in Albania, il Paese delle Aquile, in una cittadina del distretto di Durazzo dal nome impronunciabile, uno dei tanti centri che in quasi sessant’anni di comunismo si sono spenti lentamente. Da qualche anno è di nuovo il magazziniere del Cosenza e se i rossoblù la domenica vincono, il merito in parte è anche di Daniel, come lo chiamano gli amici all’ombra della Sila. Nel 2011 rilasciò un’intervista a Calabria Ora, di cui riportiamo gli stralci più significativi di un tema tornato tremendamente d’attualità.

SUL GOMMONE. Quando decise di salire a bordo di un gommone, quello stalinista di Enver Hoxha era morto da un po’ e pure il suo delfino Ramiz Alia era stato già costretto dai tempi che furono a promuovere delle elezioni libere. O almeno così dicevano fossero. “Da noi non fu come in Romania, la caduta del “sistema” avvenne in maniera soft. Si parlava di un processo di democratizzazione, ma la gente non vedeva l’ora di correre via. Credo che non sia esista una dittatura più ignorante della nostra, a tutti i livelli. La mancanza di un patrimonio intellettuale accomunava tanto i dirigenti del partito quanto la gente per strada. Insomma, c’erano mille buone ragioni per scappare subito dopo finita la scuola dell’obbligo”.

«L’Albania che lasciai era il posto peggiore d’Europa e il “sistema” ci rovinò per sempre»
LAVORIO PRECARIO. La più importante riguardava il lavoro. “Ho fatto un po’ di tutto, ho conosciuto anche la fatica delle miniere, però non sono mai riuscito a mettere qualche soldo da parte. Non esisteva la disoccupazione da noi? Sarà, ma oggi nessuno alzerebbe la mano dicendo di aver svolto il mestiere che sognava da bambino. Per far lavorare dieci persone si fermavano i trattori. E quindi si fermava il progresso. L’Albania che lasciai era il posto peggiore d’Europa e il “sistema” ci rovinò per sempre”. Daniel pagò un milione e mezzo di lire per attraversare il mare, di notte, come nei film. “Era il 1993 – ricorda -. Sali Berisha, uno che c’era prima della caduta del Muro e ci fu anche dopo, al governo pronunciava di sovente la parola libertà. Andava molto di moda allora. Mia moglie e i miei due figli rimasero a casa, io venni in Italia non per cambiare vita, ma per cambiare la vita. La mia. Il viaggio durò fra le tre e le quattro ore, non tantissimo. Eravamo venticinque e di sovente ci facevano saltare da un’imbarcazione a un’altra. Salimmo anche a bordo di un peschereccio».

FINALMENTE ITALIA. Poi l’Italia, Brindisi, Lecce. “Mio fratello abitava a Mendicino e dovevo raggiungerlo. Messo piede sulla terra ferma, la prima cosa che chiesi fu un’indicazione per arrivare a Cosenza. Domandai a chiunque, poliziotti compresi che per fortuna non badarono al mio status di clandestino. Toccata la Calabria iniziò una storia nuova, finalmente migliore. L’accoglienza ricevuta fu incredibile e dopo una settimana avevo trovato un’occupazione che mi permetteva di guadagnare qualcosa. A differenza di molti che scelsero la Grecia o la Serbia, a me l’Italia ha regalato soltanto dei sorrisi. E’ questione di cultura”.

UNA SECONDA CASA. Ottenuti i documenti per la regolarizzazione nel 1997, il 2002 Daniel fu raggiunto dai suoi familiari. Poi si avvicinò al mondo del calcio. Il Cosenza e lo stadio San Vito divennero man mano una seconda casa, molto più che un semplice lavoro. “Ero qui ai tempi della serie B e tutti i tecnici che composero negli anni lo staff tecnico li apprezzai come calciatori. Il migliore? Gigi Lentini, ma Gigi De Rosa, Stefano Ambrosi, Ugo Napolitano e Gigi Marulla non furono da meno. Facevano riempire le tribune”. E l’Albania? “Ogni tanto ci torno, ma chi ha conosciuto la libertà, quella vera che c’è qui, non potrebbe mai vivere laggiù”. (Antonio Clausi)

 

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