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Novanta minuti di libertà. Appunti da un campo di gioco recintato

Novanta minuti di libertà. Appunti da un campo di gioco recintato

– di Davide Imbrogno –
L’incontro di calcio tra i d
etenuti della Casa circondariale di Cosenza e la Morrone raccontato dagli sguardi e dalle parole di chi ha sfidato pregiudizi e timori.

“Il Signore vale per Tutti!” questa è la frase di rito che gli arbitri pronunciano negli spogliatoi prima di fare l’appello dei giocatori convocati, nei minuti precedenti l’entrata in campo. Involontariamente, e senza motivo, penso a questo rituale mentre mi dirigo all’appuntamento.
I palazzi del quartiere restano illuminati da un sole accidioso. La strada che conduce al campo sportivo, vuota. I ragazzi dell’A.C. Morrone restano radunati davanti al campo. Sguardi di finta normalità che nascondono una sorta di imbarazzo/timore nel dover, di lì a poco, varcare la soglia di un penitenziario. La partita contro i detenuti è stata organizzata mesi prima, la prassi burocratica ha fatto trascorrere un po’ di tempo.
Siamo lì, ad aspettare le 14.30. Ora d’entrata. Il campo dell’A.C. Morrone dista solo qualche metro dalle mura del penitenziario. E nessuno, ci fa caso. Durante la settimana, si parcheggia proprio a ridosso delle mura. Poi, si voltano le spalle e si entra in campo. Quasi come se quella struttura fosse un comune palazzo del quartiere.
Ma oggi no! Quelle stesse mura, ci ospiteranno per una partita. Nel tragitto dal campo all’entrata del penitenziario, solo pochi metri, regna tra noi una finta disinvoltura. Sorrisi, battute, sfottò tra noi.
I giocatori già in divisa da gioco, il mister, i dirigenti accompagnatori, ed io, responsabile della comunicazione della squadra.
Uno dei dirigenti varca la soglia tra la libertà e la prigionia, tutti noi seguiamo.

Entrati.
Siamo tutti in fila in un corridoio stretto, dietro di noi, una porta blindata automatica si è chiusa. Il rumore, spavaldo, deciso e assordante della sua chiusura, ha arrestato anche le nostre parole. Oltre i vetri blindati, una poliziotta penitenziaria chiama i nostri cognomi. Uno per uno, andiamo davanti a lei – oltre i vetri – lasciamo un documento d’identità e firmiamo. E dopo aver depositato i nostri oggetti personali in una cassetta di sicurezza, uno per volta passiamo la cabina del metaldetector. Abbiamo varcato il confine, e tutti, nessuno escluso, ci siamo ritrovati all’interno delle mura. Beh! La maggior parte di noi è in pantaloncini e calzettoni, il tutto appare abbastanza surreale. Dopo essere stati accolti dal direttore e da un’educatrice, ci avviamo verso il campo da gioco scortati da alcuni poliziotti penitenziari. Loro, al di fuori di noi, appaiono rilassati. Una tranquillità che appartiene a chi vive in quel contesto la propria quotidianità. La tranquillità è abitudine, tutto il resto, è paura, è curiosità. Il campo è lì, all’interno di queste mura, a sua volta recintato. Ed è proprio quando entriamo in quest’altro recinto che l’animo di tutti noi, si tranquillizza.

Siamo su un campo da gioco!
I nostri iniziano a riscaldarsi. La squadra avversaria dei detenuti ancora non è arrivata. Per occhi esterni, appariamo come i buoni in un film di John Ford che aspettano l’arrivo dei “cattivi”. Noi siamo qui. Sul campo. Il direttore si avvicina, con occhio di chi già conosce le dinamiche e tranquillizza i giocatori. Dice di stare sereni, e che vivremmo una bella esperienza. Dalle celle – che affacciano sul campo – si sentono voci. Fin quando, i “cattivi”, appaiono: eccoli! Le porte si sono aperte, e, uno ad uno escono da dentro le mura. Indossano una maglia rossa. Da lontano, nessuno di noi li vede bene in volto. Se state pensando ad una scena di duello, degna di una sequenza di Sergio Leone, potrebbe essere giusto.
In questo momento è la giusta scena! Ma quando li vediamo arrivare – persone di diverse età (dai trenta ai sessanta) – capiamo che qualcosa rompe gli schemi, gli stereotipi, i pregiudizi. Ognuno di loro possiede alcunché, che forse, nessuno di noi si aspettava. I “cattivi”, possiedono: il sorriso! Entrano in campo e sorridenti, ci vengono incontro, ognuno di loro si presenta stringendoci la mano e dicendo: Grazie!
A questo punto, noto una cosa. Uno dei detenuti giunto di fronte un nostro giocatore, resta in silenzio. Restano entrambi in silenzio. Come se fosse successo qualcosa. Si guardano negli occhi, mentre si stringono la mano. Poi, parte un sorriso silenzio da parte di entrambi. Uno di quei sorrisi pronto a valere più di ogni altro dialogo. Entrambi vengono dallo stesso quartiere. Ci sono oltre vent’anni di età che li separa. Ma quel detenuto ricorda il nostro giocatore da bambino, quando tutti quei “guagliuniaddri” giocavano per strada. Quando si giocava in un quartiere “…dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi..” e dove una partita veniva scommessa per una Coca-Cola in palio. Alla fine, succedeva che partivano discussioni, litigi, e la Coca-Cola non venne mai vinta da nessuno. L’indomani restava sempre lì, pronta ad essere nuovamente messa in palio.
Tra loro c’è stato solo questo sguardo, nulla più. Nessun legame di parentela, solo un unico legame: lo stesso quartiere.
Un detenuto si avvicina e ci dice che hanno bisogno di riscaldarsi. E poi aggiunge – con accento napoletano: “Ogni minuto in più che stiamo qui, è un minuto meno in cella.” Così iniziano il riscaldamento. E poi, parte il fischio d’inizio. Nessun arbitro ha pronunciato la frase: “Il Signore vale per tutti!”. Questo, non è un posto per signori.
La partita ha inizio. L’A.C. Morrone è in campo. I detenuti sono in campo. Il sole illumina la terra battuta, le mura e le strade oltre i recinti. L’A.C. Morrone parte con grinta, i detenuti tengono testa alta, superando differenze generazionali, tattiche e preparazione fisica. Si gioca con determinazione, sorrisi, battute tra i detenuti – in assoluto la migliore: “Na vota fujii pi fa rapine, mo mancu pi ji aru bagnu!”.
I minuti avanzano. Su quel campo non ci sono più buoni e cattivi, liberi e detenuti. Quello è un campo da gioco. Il gioco è libertà. Se quella fosse stata la scena di un film, illuminata da un sole che piano piano andava giù, dimenticando la sua accidia, divenendo sempre più caldo, sarebbe partita la canzone “Hurt” di Johnny Cash:

 “…Cosa sono diventato?
Mio dolce amico.
Tutti quelli che conosco sono andati via alla fine…”

Il sudore, le grida, la spensieratezza. Quasi come se tutti, Noi e Loro, fossimo ritornati dei ragazzini di strada. Non ci sono più recinti, ma solo della terra battuta da condividere. In palio, una Coca-Cola da vincere.
Si avvicina a noi, in panchina, un signore sui cinquanta. Aspetta il cambio per entrare e giocare. Indossa una tuta del Napoli, ci dice che fra qualche mese, dopo oltre un decennio, sarà nuovamente libero. Ci racconta dei suoi sbagli. Parla con noi. Con la voglia di chi vuole condividere le proprie scelte, i propri errori. Con orgoglio ci parla di sua figlia che si è laureata. Con amarezza del fatto che in quel giorno, così importante, lui non c’era. Dice che uscirà, e sarà dura, ma vorrà godersi quel che resta.

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Il fischio della fine arriva.

Tutti sono sudati, e tutti, condividono lo stesso sudore abbracciandosi. I giocatori ridono, i detenuti altrettanto. Hanno condiviso lo stesso terreno di gioco per novanta minuti. Ora non ci sono più pregiudizi, ma solo strette di mani e abbracci. Tutti, ci ringraziamo, con un’innocenza smarrita. Avevamo lasciato i cellulari nella cassetta di sicurezza, niente ci ha distratto, siamo rimasti per novanta minuti con lo sguardo alzato. E dopo quel tempo trascorso, abbiamo lasciato pregiudizi, buonismo e tutto il resto al di fuori delle mura. Abbiamo portato solo noi stessi. Mi avvicino al signore di prima – colui che ci aveva parlato della sua prossima libertà – chiedendogli, quasi con imbarazzo: “Fra qualche mese sarai fuori, cos’è per te la libertà?”
Lui sorride, abbassa lo sguardo: “E’ paura! Non sono più abituato”. Resta in silenzio. E aggiunge, con lo sguardo basso: “Sulu dintra o viantu!”. Sorride.
Il cancello del campo si apre, detenuti e calciatori escono fuori. Usciamo tutti. Ci riguardiamo, sorvegliati dai poliziotti. Un’ultima stretta di mano, un’ultima battuta, un ultimo grazie. Qualcuno pronuncia: “Forza Morrone!”
E poi vanno via, rientrando nelle mura. Tutti restiamo in silenzio. Si avvicina a me un nostro giocatore. Sudato. Uno di quelli dal talento immenso, che ha calcato campi importanti in passato, e che oggi, per qualche motivo – un motivo chiamato fortuna – si ritrova in una squadra di terza categoria. Mi guarda, sudato, e dice: “Mi vena di chiangia!”. Ci guardiamo e restiamo in silenzio. Facendomi capire la sua grandezza, dentro e fuori dal campo. I campioni, non temono le lacrime – Grazie, Robè!.

Usciamo fuori.
Riprendiamo le nostre vite contenute nella cassetta di sicurezza. Qualche chiamata persa, qualche sms, qualche notifica facebook, accumulata sul telefono durante quei novanta minuti. Ora siamo nuovamente fuori, liberi. In silenzio, ripercorriamo quei pochi metri dal penitenziario verso il campo. E pensiamo che forse la commozione provata non è giusta, forse abbiamo condiviso 90 minuti con detenuti con chissà quale colpa. Ma in quel momento, pensi che la compassione non è un reato. E’ da lontano, risuonano nella tua mente le parole di un grande poeta. Fabrizio De Andrè. “..Per quanto voi vi crediate assolti, siete lo stesso coinvolti…”. Il sole è tramontato, e in quel quartiere, ancora una volta, nessuna ha vinto la Coca-Cola in palio.

 

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