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Signore di un calcio che non c’è più

Signore di un calcio che non c’è più

Nel ricordo di Federico Bria l’addio a Roberto Ranzani signore di un calcio talmente bello che ci ha stregato fino a farci perdere la ragione.

Non ricordo il momento preciso in cui conobbi Roberto Ranzani. Affabile, signorile, educato, mai sopra le righe, era una di quelle persone che ti sembra di conoscere da sempre.
Probabilmente lo conobbi nell’anno del suo arrivo a Cosenza, il 1979. Ma ero un ragazzino che faceva radiocronache per le radio “straniere” e, a quei tempi, costretto a frequentare una postazione che stava fuori dallo stadio. Come fuori? Si, fuori. Era la finestra di una delle case posizionate dietro l’unica curva di cui era dotato allora il San Vito.
Ma in quel campionato di C2, che Sonetti definì “una cavalcata a pelo”, lui, probabilmente, nemmeno si accorse di me.
Andò diversamente a metà anni 80. Ormai facevo il giornalista da 6 anni e seguivo il Cosenza in casa e fuori. Vincenzo Montefusco sedeva sulla panchina e lui, Roberto Ranzani, dietro la scrivania. Alla presidenza c’era Vincenzo Morelli e il Cosenza, da pochi anni rinato nella forma di società per azioni, giocava per un posto nel calcio importante.
Ranzani comincia a muoversi sul calcio mercato nel modo che poi diventerà un suo marchio di fabbrica e porta a Cosenza qualche marpione, come l’attaccante Costante Tivelli e il centrocampista Luigi Di Giaimo, e alcuni giovani di belle speranze come la mezzala Gabriele Baldassarri, il centravanti Fabrizio Del Rosso e il portierino Gigi Simoni.
Il campionato inizia bene, con un pareggio casalingo contro il Foggia e una vittoria in trasferta a Casarano. Sarà l’anno di Gigi Marulla, che approfitta della vicinanza di Tivelli per esplodere. Gigi finisce il campionato da capocannoniere e Ranzani lo “piazza” in una squadra blasonata come il Genoa, in serie B.
L’anno successivo Ranzani comincia a costruire il mosaico perfetto. Realizza ancora un mix di esperienza e gioventù: il libero Calcagno e il portiere Delli Pizzi sono chiamati a fare da chioccia a una nidiata di giovani interessanti. C’è l’attaccante Brandolini, i centrocampisti Simeone e Bergamini, il difensore Lombardo. Il pezzo forte del mercato sarà la mezzapunta Massimo Rovellini, ma si rivelerà una delusione. Chi invece andrà oltre le aspettative sarà il cosentino Bruno Russo, soprannominato il “Briegel” di Cosenza. Grazie ai suoi bicipiti e ai gol di Tivelli, la squadra si salva con qualche patema e il ritorno di Oscar Montez, vecchia gloria della panchina rossoblù degli anni 60.
Il terzo campionato, Ranzani mette altri tasselli importanti. Antonio Schio e, poi, Sergio Galeazzi, Michele Padovano e Gianluca Presicci, giovanissimi, si uniscono agli anziani Giansanti, Rocca e Messina e ad un furetto tutto pepe, inseguito da mezza C1: Alberto Urban.
Manca un ultimo tassello: l’allenatore. Quando arriva Gianni Di Marzio è un momento di congiunzione astrale. Di Marzio stava a Ranzani come la notte al giorno. Tanto vulcanico il primo quanto pacato il secondo. Quando Di Marzio, dopo essere subentrato a Liguori, inizia la stagione dal precampionato si capisce subito che sarà un anno speciale. Il mosaico, ormai, è completo. Sono arrivati, a perfezionarlo, Giovannelli in difesa, Castagnini a centrocampo, Lucchetti in attacco e Gigi De Rosa a dare qualità dappertutto.
Dall’esterno, tutti avrebbero detto che Di Marzio, padrone dello spogliatoio, era quello che dettava legge. Invece non era così. Ranzani aveva la situazione in mano, almeno quanto l’allenatore. Erano come Totò e Peppino, due comici, nessuno era spalla dell’altro.
Ranzani aveva buona parte dello spogliatoio dalla sua. Ma tutti, da Tony Ferroni ai “suoi” ragazzi, avevano un solo obiettivo: fare risultato. Nessun clan, nessuna contrapposizione. Tutti giocavano per il Cosenza e il Cosenza, spronato caratterialmente da Di Marzio, dava il meglio di sé mostrando una personalità superiore.
Che squadra, quella. Ranzani l’aveva costruita a piccole dosi, in tre anni. Aveva scelto sempre giovani interessanti ma senza caricarli di eccessive attese. L’inizio, per tutti, è stato la panchina se non, addirittura, la tribuna. Ma lui trasmetteva la serenità di chi sa già come andrà a finire.
Se Di Marzio rappresentava il vento impetuoso, lui era l’albero maestro che teneva la vela facendo muovere la nave. Era l’ago della nostra bussola. Sempre con una signorilità fuori da comune.
Quell’anno ebbi grandi scontri con Gianni Di Marzio. Non ci eravamo presi bene, in quei primi mesi. Ma lui, Ranzani, aveva sempre un tono conciliante. Non ruffiano, intendiamoci, non mi risparmiava mai una critica, ma sempre in modo tale da non consentire di rimanerci male. Erano lezioni. Si, lezioni di vita prima che di calcio. Come con Di Marzio, ma in maniera opposta.
Anche l’anno successivo, chiamando a Cosenza Bruno Giorgi, altro signore vero, dà una grande dimostrazione di elasticità. Il punto debole di Giorgi, infatti, era una eccessiva rigidità che poteva trasformarsi in difetto in caso di situazione complicata. Nel primo anno di serie B, Ranzani si dimostra anche eclettico, adattando la propria azione ai bisogni del momento e consentendo a Giorgi di vivere serenamente ogni momento della stagione, dando il meglio di sé e portando la squadra a sfiorare la storica promozione in serie A.
Era abituato ad essere un punto di riferimento, per tutti, non solo in campo ma anche nella vita di tutti i giorni. Questo calcio, oramai, non era più il suo. Troppi interessi, troppa distanza tra lo spogliatoio e la vita esterna.
Ti sia lieve la terra, Roberto, signore di un calcio talmente bello che ci ha stregato fino a farci perdere la ragione.
Federico Bria

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