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Non diagnosticò un tumore, la Cassazione dà ragione alla vittima

Non diagnosticò un tumore, la Cassazione dà ragione alla vittima

In primo grado era stato condannato poi in secondo grado fu assolto. Oggi la Suprema Corte ha rinviato il procedimento a una delle sezioni civili della Corte di Appello di Catanzaro per quantificare il risarcimento chiesto dai legali della persona offesa, riconoscendo implicitamente la responsabilità penale del medico accusato

La quarta sezione penale della Suprema Corte di Cassazione ha annullato con rinvio alla competente sezione Civile della Corte di Appello di Catanzaro la sentenza emessa ad aprile del 2015 con la quale era stato assolto il medico Giuseppe De Santis dall’imputazione di lesioni personali colpose a carico di Pietro Colosimo. Odissea giudiziaria, quella che vi raccontiamo, iniziata da quasi dieci anni che pur non portando alla condanna in sede penale dell’imputato – atteso lo spirare del termine prescrizionale che era già maturato nel corso del processo di secondo grado nel quale, però, la Corte aveva ritenuto di poter comunque pronunciare una sentenza di assoluzione – condurrà al certo risarcimento in sede civile del danno subito dalle parti civili costituite che dovrà, a questo punto, solo essere determinato alla luce della richiesta di 500mila euro avanzata in sede di conclusioni. Colosimo, ancora minorenne all’epoca dei fatti, assistito dagli avvocati Giuseppe De Marco, Cristian Cristiano e Francesco Santelli, era stato costretto a sporgere querela in ragione della presunta imperizia del sanitario, specialista in radiologia, che aveva omesso di refertare, a seguito della visione delle lastre relative ad una TC cervicale, l’area osteolitica causa dei dolori patiti dal giovane. Tale omissione aveva indotto in errore anche i successivi medici generando oltre un anno di ritardo ai fini dell’esatta diagnosi formulata solo presso l’Ospedale Maggiore di Bologna dove il ragazzo fu operato con conseguente asportazione della massa tumorale. La querela sfociò dapprima in un incidente probatorio richiesto dall’avvocato Cristiano nel corso del quale i due consulenti tecnici nominati dall’allora gip Lucia Angela Marletta – a seguito della visione delle predette lastre riscontravano l’omessa refertazione in almeno tre immagine determinando l’Ufficio di Procura ad iscrivere il nominativo del dottore De Santis – allora non ancora indagato – nel registro delle notizie di reato e poi nell’istruttoria dibattimentale che aveva luogo davanti a tre diversi giudici monocratici, succedutisi per svariate ragioni, per giungere infine davanti al giudice monocratico del tribunale di Cosenza Vincenzo Lo Feudo. Ad ottobre 2013 fu emessa la sentenza di condanna di primo grado a carico di De Santis con conseguente obbligo sia di rifondere le spese legali sia di risarcire il danno patito. Nel corso del giudizio di secondo grado la Corte d’Appello di Catanzaro ribaltò la sentenza. «Finalmente la Suprema Corte di Cassazione ha ristabilito, con grande soddisfazione – affermano i legali di Colosimo – l’esatta verità processuale accogliendo il ricorso avanzato e rimettendo gli atti alla Corte di Appello di Catanzaro al fine della determinazione dell’esatto ammontare sia delle spese legali che l’allora imputato dovrà rifondere per tutti e tre i gradi di giudizio sia e soprattutto del gravissimo danno patito dal nostro giovane assistito nonché dai genitori da sempre al fianco del figlio in questa lunga battaglia giudiziaria. Quanto accaduto – conclude la nota – è l’ennesima conferma dell’importanza dei tre gradi di giudizio che consentono di riporre grande fiducia nella magistratura e nel nostro sistema giudiziario». (redazione cronaca)

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