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“Tela del Ragno”, la figlia di Abruzzese: «Franco Bruzzese non è più mio zio». Facciolla vuole sentire Lamanna

“Tela del Ragno”, la figlia di Abruzzese: «Franco Bruzzese non è più mio zio». Facciolla vuole sentire Lamanna

I familiari si dissociano e “cancellano” dall’albero genealogico l’ex reggente del clan degli “zingari”. Intanto la pubblica accusa annuncia che renderà pubblici i verbali di interrogatorio di Bruzzese e Lamanna relativi all’omicidio di Luciano Martello

«Signora conosce Franco Bruzzese?» chiede il procuratore capo di Castrovillari Eugenio Facciolla alla figlia di Giovanni Abruzzese. «Sì, era mio zio. Perché era? Adesso è un pentito e quindi non lo è più». Risposta secca e decisa quella data dalla ragazza, parente stretta del capo assoluto del clan degli “zingari”, attualmente detenuto al 41bis e condannato in via definitiva all’ergastolo al termine del maxi-processo antimafia denominato “Missing”. I familiari, quindi, si dissociano e “cancellano” dall’albero genealogico il nuovo pentito che in queste settimane sta riempendo verbali su verbali, parlando di omicidi, rapine e collegamenti con il mondo della politica. Bruzzese, infatti, collabora con la Dda di Catanzaro dal 26 febbraio scorso ed è ritenuto dagli inquirenti il reggente, o meglio lo era, della presunta associazione mafiosa “Rango-zingari”. La scena descritta è avvenuta ieri mattina nel corso del processo “Tela del Ragno”, il filone relativo agli omicidi che si tiene davanti alla Corte d’Assise di Cosenza. Processo, quello cosentino, che ormai è arrivato alle battute finali. Proprio ieri sono stati sentiti i testi della difesa di Giovanni Abruzzese, assistito dagli avvocati Giorgia Greco e Antonio Quintieri che oltre a citare la figlia dell’imputato hanno ascoltato la relazione tecnica fornita dal professore Martino Farneti che ha concluso, affermando che le impronte della scarpa ritrovate sulla scena del delitto non sono compatibili con quelle di Abruzzese perché ci sarebbe una differenza di tre numeri e non solo. Secondo il perito, inoltre, dall’esame dei bossoli e dei proiettili l’omicidio di Luciano Martello fu consumato con una pistola mitragliatrice marca Skorpion calibro 7,65 mm. Browning e non marca Sterling con calibro diverso. Tuttavia, tornando alla deposizione della figlia di Abruzzese, la pubblica accusa ha chiesto la trasmissione degli atti in Procura per falsa testimonianza perché – a parere del magistrato cosentino – la ragazza avrebbe testimoniato il falso sulla base del verbale di interrogatorio reso il 16 luglio del 2003 da suo padre che in quella occasione non menzionò mai la Sila o Rossano come luoghi in cui la sua famiglia andò per rinfrescarsi il giorno dell’uccisione di Luciano Martello. Sul punto, però, sembrerebbero avere le idee chiare i due collaboratori di giustizia Franco Bruzzese, fratello di Giovanni Abruzzese, e Daniele Lamanna, tra l’altro implicato nel delitto stesso ma assolto in abbreviato sia in primo che in secondo grado. I due pentiti, sentiti ultimamente dai pm Bruni, Luberto e Facciolla, hanno ricostruito le dinamiche dei fatti di sangue di cui sono a conoscenza e in particolare proprio dell’agguato mortale di stampo mafioso commesso il 12 luglio del 2003 a Fuscaldo. Lamanna e Bruzzese – secondo quanto dichiarato da Facciolla durante l’esposizione delle richieste di ex articolo 507 – avrebbero spiegato tutto e in particolare Lamanna avrebbe fatto il nome anche dell’unico killer rimasto finora sconosciuto e identificato nel capo d’accusa con “Angioletto”. Il collegio difensivo ha chiesto alla pubblica accusa di poter accedere ai verbali d’interrogatorio affinché possano preparare l’eventuale controesame. L’accusa, infine, ha fatto altre richieste, tra cui quelle di sentire in aula altri pentiti: da Mattia Pulicanò ad Adolfo Foggetti. (a. a.)

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