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LE TALPE DEL CLAN | Dalle cimici alle macchine rubate: i dialoghi tra il militare e il boss

LE TALPE DEL CLAN | Dalle cimici alle macchine rubate: i dialoghi tra il militare e il boss

Per il gip di Catanzaro la posizione di Antonino Perticari è molto grave, ma non applica la misura cautelare perché l’indagato non è più in servizio, nonché per la distanza (2012) dei fatti contestati dalla Dda di Catanzaro

Cinque condotte illecite – secondo la Dda – che configurano il reato di concorso esterno in associazione mafiosa per Antonino Perticari, detto “Nino il Messinese”, carabiniere oggi in pensione. Accuse rivolte dal pubblico ministero antimafia Pierpaolo Bruni  – che insieme al procuratore aggiunto Vincenzo Luberto ha coordinato le indagini – ai quattro indagati finiti nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Distrettuale di Catanzaro Assunta Maiore. L’ex brigadiere in servizio presso la stazione di Cosenza Nord si sarebbe recato «in più occasioni (5 volte) e in una al di fuori dell’orario di servizio (il 27 novembre 2012) presso l’abitazione di Maurizio Rango quando questi si trovava ristretto in regime di arresti domiciliari e in tale ultima occasione senza procedere a redigere alcuna relazione di servizio con riguardo a tale “visita”». Inoltre avrebbe omesso di riferire «e relazionare in ordine alla accertata presenza di pregiudicati», vale a dire Gennaro Presta e Riccardo Bruzzese, in casa di Rango in quanto gli stessi erano sottoposti alla misura di sorveglianza speciale di pubblica sicurezza e, tra le altre cose, avrebbe consigliato «a Rango le modalità di realizzazione di condotta estorsiva ai danni di un gestore di un supermercato e, in particolare, suggeriva a Rango di non avanzare richieste estorsive al predetto commerciante, in quanto quest’ultimo non aveva la disponibilità economica». Secondo la Dda Perticari avrebbe anche rivelato «l’esistenza di una microspia (poi in effetti rinvenuta dagli indagati) installata» in un veicolo “attenzionato” nell’ambito dell’inchiesta “Telesis” «e nella disponibilità di Francesco Ripepi (nipote del capo clan Michele Bruni) coimputato con Rango». Sempre Perticari avrebbe ricevuto «quale corrispettivo del predetto aiuto all’associazione ’ndranghetistica in questione, svariate somme di danaro da parte di appartenenti al clan medesimo», concorrendo – ritengono gli inquirenti – «al mantenimento, al rafforzamento e allo sviluppo della medesima associazione di ’ndrangheta» denominata “Rango-zingari”. Fatti commessi – secondo l’accusa – dal 2008 fino al novembre-dicembre del 2012. Il carabiniere oramai fuori dall’Arma insomma più che servire lo Stato – sostengono i suoi stessi ex colleghi e gli uomini della Squadra Mobile che hanno condotte le indagini – aiutava le cosche. Com’è venuto a galla tutto ciò? Ve lo abbiamo in parte spiegato nell’articolo relativo all’origine dell’inchiesta “Nuova Famiglia”, nata in effetti dopo l’omicidio del parcheggiatore abusivo Francesco Messinetti. Quell’indagine, infatti, oltre a mettere dietro le sbarre Maurizio Rango – l’unico ad aver colpito la vittima secondo quanto dichiarato dai pentiti – ha permesso di individuare i presunti responsabili della costituenda, all’epoca dei fatti, associazione mafiosa grazie alle intercettazioni telefoniche e ambientali avviate dal pubblico ministero Antonio Bruno Tridico che dopo aver ricevuto l’informativa “Thurium” passa il fascicolo al collega Pierpaolo Bruni. Ne esce un quadro desolante, dove il presunto “servitore infedele” ha un rapporto troppo confidenziale con Rango il quale cerca in tutti i modi di aiutarlo, ad esempio, per recuperare delle macchine rubate in una zona dell’area urbana. Tuttavia, Perticari in un precedente interrogatorio al quale è stato sottoposto dalla Dda respinse tutte le accuse, affermando che le sue condotte in realtà erano finalizzate a contrastare la criminalità organizzata. Il gip Maiore, però, evidenzia i comportamenti dell’indagato che se oggi non si trova agli arresti domiciliari lo deve solo al fatto che non è più in servizio. Perticari, d’altronde, era conosciuto anche dagli attuali collaboratori di giustizia Pierluigi Terrazzano, Edyta Kopaczynska, Roberto Violetta Calabrese e Adolfo Foggetti che durante le propalazioni rese alla Dda lo hanno accusato di aver passato notizie importanti alle rispettive consorterie mafiose di riferimento. L’ex compagna di Michele Bruni nel giorno del suo pentimento disse che “il Messinese” era un informatore dei “Bella bella”, «in ordine ai “movimenti” delle forze di polizia». E ancora: «La donna stessa avrebbe consegnato – si legge nel provvedimento del giudice Maiore – al messinese nel 2008 una somma pari a 700 euro». Fughe di notizie – riferì la polacca – che giunsero anche a Francesco Patitucci e Maurizio Rango. Il giudizio del gip di Catanzaro è molto duro. «Può ritenersi sussistente (…) che Perticari sia stato un punto di riferimento del clan per ottenere informazioni su indagini e operazioni in corso. Può ritenersi, ancora, che le condotte» dell’ex carabiniere «abbiano avuto una incidenza concreta sull’attività del sodalizio, in quanto le rivelazioni dell’esistenza e della natura delle attività investigative in corso, le omissioni di atti di ufficio, hanno inciso sull’attività di repressione nei confronti dell’associazione, che ha potuto continuare ad operare anche grazie alle condotte del militare infedele». A ciò aggiungiamo che dal momento in cui che “il Messinese” è ormai fuori gioco, Rango e i suoi sodali trovano un aggancio in Questura grazie al collegamento tra Costabile e Ciciarello. È emblematico, in tal senso, il ragionamento fatto da Adolfo Foggetti quando parlando delle operazioni antimafia del 2014 disse che furono raggiunti e arrestati dal decreto di fermo emesso in relazione all’omicidio di Luca Bruni perché lo eseguirono i carabinieri. Qualche giorno dopo le informazioni della “talpa” in servizio presso la polizia di stato, come dimostrano le intercettazioni telefoniche seppur il linguaggio sia criptato, andranno a buon fine: tre indagati in un primo momento sfuggono alla cattura. Poi si costituiranno. (a. a.)

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