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‘Ndrangheta, delitti Marchio e Calvano: ergastolo a Domenico Cicero

‘Ndrangheta, delitti Marchio e Calvano: ergastolo a Domenico Cicero

Il boss di Cosenza è stato condannato al “fine pena mai” dalla nuova Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro dopo l’annullamento con rinvio dell’assoluzione che un’altra sezione d’Appello aveva dato all’imputato. Decisive le motivazioni della Cassazione

La Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro ha inflitto la pena dell’ergastolo al boss di Cosenza Domenico Cicero, accusato nell’ambito dell’operazione “Terminator 2” di essere tra i mandanti dei delitti di mafia relativi agli omicidi di Vittorio Marchio e Marcello Calvano. La vicenda giudiziaria, tuttavia, ha vissuto due fasi. Infatti nel primo processo d’Appello l’uomo ritenuto a capo della cosca operante nella città vecchia fu assolto, ma quasi un anno fa la Corte di Cassazione annullò con rinvio la sentenza precedente, confermando invece il “fine pena mai” (il primo definitivo) a Ettore Lanzino. Nelle motivazioni degli ermellini emergeva come «la Corte di Assise d’Appello non aveva tenuto conto, assolvendo Cicero dai predetti delitti di omicidio, che lo stesso non solo aveva partecipato alla decisione di uccidere Calvano ed Marchio, ma aveva mantenuta ferma la disponibilità a contribuire alla realizzazione dei suddetti omicidi, dell’esecuzione dei quali, tra l’altro, avrebbero tratto vantaggio sia lui che il suo gruppo, poiché l’eliminazione dei predetti Calvano e Marchio era stata decisa al fine di consentire ai due gruppi alleati di spartirsi anche i proventi delle estorsioni che Calvano e Marchio stavano gestendo in proprio». E infine: «La motivazione della sentenza impugnata, in effetti, è carente, poiché per escludere la responsabilità di Cicero in ordine ai contestati omicidi, che pacificamente, secondo la sentenza impugnata, il predetto aveva deciso insieme a Lanzino nell’interesse dell’associazione da loro capeggiata, non bastava accertare che i delitti fossero stati materialmente organizzati ed eseguiti da uomini appartenenti al gruppo di Lanzino, ma bisognava dimostrare l’assoluta ininfluenza nella commissione degli omicidi in questione, e della partecipazione di Cicero alla loro deliberazione, e della mantenuta volontà dello stesso di contribuire alla esecuzione dei delitti, mettendo se stesso ed i suoi uomini a disposizione per l’esecuzione dei suddetti omicidi». La difesa di Cicero, ovviamente, ricorrerà in Cassazione per il verdetto finale. (redazione cronaca)

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