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I cinque vizi di legittimità che mettono nei guai l’ex assessore regionale Trematerra

I cinque vizi di legittimità che mettono nei guai l’ex assessore regionale Trematerra

La Cassazione usa il pugno duro e definisce contraddittoria ed errata l’ordinanza del Riesame di Catanzaro, evidenziando i punti che il nuovo Tdl dovrà prendere in esame seguendo i principi di diritto da applicarsi in sede di rinvio

Quanti e quali sono i vizi di legittimità che hanno portato la Suprema Corte di Cassazione ad annullare con rinvio l’ordinanza del Tribunale del Riesame di Catanzaro in merito alla posizione processuale dell’ex assessore regionale all’Agricoltura Michele Trematerra? Sono cinque e ognuno di loro, in vista delle nuove motivazioni del Tdl, potrebbero peggiorare il quadro indiziario del politico in quota Udc accusato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro di concorso esterno in associazione mafiosa – riconducibile alla presunta cellula operante ad Acri della cosca “Lanzino” – e corruzione elettorale aggravata dal metodo mafioso (articolo sette).

Nel ricorso il pubblico ministero Pierpaolo Bruni sosteneva «la sussistenza dei gravi indizi di responsabilità a carico di Michele Trematerra riguardo al delitto di cui all’articolo 30) della rubrica. Il reato deve ritenersi aggravato dalla circostanza di cui all’articolo 7 Legge n.. 203/1991, sotto forma di agevolazione della consorteria mafiosa di Angelo Gencarelli, giacché il patto elettorale ha comportato, a seguito e per effetto della elezione di Michele Trematerra al Consiglio Regionale, un rafforzamento del prestigio esterno della consorteria, che poteva vantare e, all’occorrenza, sfruttare e avvalersi per il raggiungimento delle sue finalità, la presenza di un soggetto inserito negli organi istituzionali della regione Calabria». Sul 416bis invece scriveva: «Una volta ritenuta pacifica la circostanza secondo cui Angelo Gencarelli fosse un elemento apicale dell’organizzazione di ’ndrangheta in questione, anche il solo fine di favorire il capo di una cosca non può non integrare la volontà e quindi il fine di favorire l’intera organizzazione».

Il reclamo, tuttavia, era basato anche sulle “massime d’esperienza” riferite alla criminalità organizzata che «ha, per fine ultimo, tramite il controllo del territorio su cui opera, l’accaparramento delle principali risorse economiche del medesimo, fine che ottiene distruggendo (con metodi illegali) la concorrenza e monopolizzando, di conseguenza, tutte le attività più redditizie» e «al fine di raggiungere il suddetto scopo, tende ad infiltrarsi nei gangli vitali della società e, in particolare, in quelli della pubblica amministrazione tramite il controllo dei pubblici amministratori che fa eleggere e dei quali, poi, ne dispone per i suoi scopi».

Più in generale «la criminalità organizzata non regala nulla: di ogni “beneficio” di cui, apparentemente, gratifica il terzo a essa estraneo, prima o poi, ne chiede il “conto”. La più evidente, usuale e notoria forma di questo “do ut des” è costituita dal voto di scambio: elezione in cambio di futuri favori che, in un modo o nell’altro, servano a consolidare il controllo del territorio» mentre «il favore (illegittimo) concesso al singolo sodale costituisce un favore fatto alla cosca alla quale questi appartiene, perché serve ad implementarne (direttamente o indirettamente) la potenza economica» tra le altre cose. michele trematerra

Così la seconda sezione penale della Cassazione (presidente Antonio Prestipino; relatore Geppino Rago) “bacchetta” il Riesame di Catanzaro che – secondo il parere degli ermellini – avrebbe partorito un’ordinanza contraddittoria ed errata e rimarca questi punti, arrivando alle seguenti conclusioni. «Il Tribunale, ha omesso una valutazione unitaria e complessiva di tutta la vicenda, che va vista e valutata nel suo complesso, dalla stipula del pactum sceleris fino al compimento di tutti gli atti compiuti da Trematerra dopo l’elezione» e nel caso relativo al capo d’accusa della corruzione elettorale «la motivazione è affetta da una gravissima contraddizione nella parte in cui, da una parte, afferma, categoricamente, che fra Trematerra e Gencarelli era stato stipulato un patto elettorale, “aggravato dalla circostanza di cui all’articolo sette sotto forma di agevolazione della consorteria mafiosa di Angelo Gencarelli, giacché il patto elettorale ha comportato, a seguito e per effetto della elezione di Michele Trematerra al Consiglio Regionale, un rafforzamento del prestigio esterno della consorteria, che poteva vantare e, all’occorrenza, sfruttare e avvalersi per il raggiungimento delle sue finalità, la presenza di un soggetto inserito negli organi istituzionali della Regione Calabria”, e, dall’altra, afferma che quei favori erano stati concessi a “titolo personale”».

Sul terzo vizio di legittimità la Cassazione prende in esame quanto riportato negli atti, affermando che Trematerra era pienamente consapevole del ruolo criminale che ricopriva Angelo Gencarelli e nel quarto capitolo evidenzia che il Tdl non ha spiegato bene come in realtà Trematerra potesse contare solo sul bacino di voti “storico”, mentre le dichiarazioni di Gencarelli «“lo tengo io il comando”» avrebbe fatto intendere il contrario. E infine, la Suprema Corte sottolinea che il giudizio del Riesame in merito alla richiesta di posti di lavori di Giuseppe Perri sia errato perché «non spiega, da una parte, quale altro normale cittadino possa permettersi il lusso, senza alcun filtro, di ottenere un colloquio con un Assessore ad una Regione, e “pretendere” “posti di lavori” al di fuori e contro ogni regola».

Il punto ora è il seguente: Trematerra rischia di finire agli arresti domiciliari? Forse no perché, nonostante il nuovo Riesame possa aggravare la sua posizione, alla fine potrebbe concludere mettendo nero su bianco che per il politico, non rivestendo alcuna carica pubblica e non facendo ormai politica attiva, sarebbero insussistenti le esigenze cautelari. Ma questa ovviamente è una mera ipotesi che, ad esempio, nel caso di Sandro Principe – coinvolto nell’inchiesta “Sistema Rende” – non ha trovato fondatezza visto che sia il gip di Catanzaro sia il Tdl hanno applicato la misura cautelare all’ex sottosegretario e componente dell’assemblea nazionale del Pd. (a. a.)

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