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I VERBALI | Franco Bruzzese, il boss (pentito) delle rapine ai portavalori

I VERBALI | Franco Bruzzese, il boss (pentito) delle rapine ai portavalori

Il collaboratore di giustizia riferisce altri particolari sui fatti criminali commessi da lui e dal suo gruppo tra Calabria e Puglia. E narra dei rapporti in carcere tra suo fratello Giovanni Abruzzese e Carlo Lamanna

Il boss (ormai ex) delle rapine ai portavalori. Così si definisce Franco Bruzzese, attuale collaboratore di giustizia, ex capo società del clan “Rango-zingari” che dal 26 febbraio scorso ha deciso di “saltare il fosso” e cambiare vita. Si augura che i suoi familiari possano capire la sua scelta e seguirlo nella località protetta. Bruzzese non fa mistero di aver osteggiato in tutti i modi l’alleanza con i Bruni “bella bella” che ha definito «una famiglia sfortunata» e «così la pensava anche Fiore Abbruzzese detto “Nino” “Ninuzzu”» suo cugino che non avrebbe voluto collaborare, criminalmente parlando, con Michele e Luca Bruni. Il rapporto tra i due clan nasce – come riferisce Bruzzese – nel carcere di Cosenza quando suo fratello Giovanni Abruzzese conosce Carlo Lamanna, «affidabile, capace, faceva quello che gli si diceva, senza fare troppe domande, le cose se le teneva per se, non era una persona che si vantava, la verità mi è piaciuto, e me lo sono cominciato a portare proprio dietro per rapine, cioè e abbiamo cominciato, però ha incominciato… abbiamo incominciato con Lamanna con le rapine del 2001 ad andare avanti». Poi succede che lo stesso Lamanna detto “spennato” propone agli “zingari” di unirsi ai Bruni “bella bella” e così inizia, nonostante la presunta contrarietà di una parte della cosca, il rapporto criminale tra i due gruppi. Bruzzese, però, mise in chiaro che omicidi non aveva alcuna intenzione di commetterne anche se oggi si trova recluso in cella per aver tentato di ammazzare Vincenzo Bevilacqua e per aver deliberato e organizzato il delitto di Luca Bruni. Resta il fatto che lui, anche quando era parte integrante della consorteria mafiosa dei etnìa rom, si è sempre “dissociato”. Almeno così ha detto ai magistrati della Dda e saranno i giudici a valutarne la sua credibilità. Gli “zingari” non avevano una vera e propria gerarchia ma il capo riconosciuto «era mio fratello Giovanni, mentre io organizzavo e facevo le rapine ai blindati». Il pentito dice che non approfittava del suo ruolo per prendersi soldi in più e in un passaggio contenuto nel verbale reso davanti al magistrato Eugenio Facciolla esplicita meglio il discorso quando parla ancora dei tempi e dei modi che hanno portato ad allearsi con i Bruni grazie all’amicizia di Carlo Lamanna. E la dichiarazione fa riferimento proprio al fratello dell’altro nuovo pentito di ’ndrangheta Daniele. «In pratica quando abbiamo incominciato a fare le prime rapine… ha visto che i soldi gli andavano… cioè pigliava i soldi Dottò, quello che mi pigliavo io… che magari mi facevo un mazzo tanto, scusate la frase, ad andare magari parti-parti… a recuperare quello… a fare quello… a vedere strade… a vedere garage… a vedere… cioè prendeva lui che magari veniva quel giorno… cioè dice… “la cosa è giusta…”, quindi ha cominciato a guardare un pochettino le due differenze, con i Bruni magari ha soltanto servito, e non ha mai… non si è mai pigliato una lira, cioè non si è mai pigliato soldi di una certa entità. Con me è venuto e si è pigliato i soldi, quello che mi pigliavo io… se io mi pigliavo duecentomila euro… Lamanna Carlo si pigliava duecentomila euro, io non ero quel tipo che mi approfittavo della questione apicale e magari mi pigliavo di più, no, quelli che eravamo sopra il lavoro… ho rischiato io, hai rischiato tu, e ti pigli i soldi, questo era». (a. a.)

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