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Figli di un Dio minore

Figli di un Dio minore

– l’editoriale di Piero Bria – 
Il Cosenza non si è più ripreso dal fallimento del 2003, Guarascio ha portato una “stabilità finanziaria” ma non un “prospettiva stabile”.

Cosenza e la serie A non si sono mai incontrate. Sfiorate ma mai incontrate.
Un sogno avveratosi a Catanzaro prima, a Reggio Calabria poi e infine a Crotone.
Chiariamo subito che non stiamo a “rosica’” come direbbe qualcuno. Ma di certo c’è un aspetto che viene chiarito dalla storia calcistica, ossia: Cosenza non ha nulla da invidiare alle città sopra citate, anzi.
E allora cosa non ha permesso ai silani di approdare in massima serie?
Innanzitutto le vicissitudini societarie. L’addio alla serie B nel 2003 ha inciso eccome. Da quel fallimento non ci siamo mai più rialzati. Quando tutto sembrava girare per il verso giusto (la doppia promozione con Toscano in panchina) una nuova tegola è caduta come un macigno sulla Cosenza sportiva.
L’arrivo di Guarascio ha portato una “stabilità finanziaria” ma non una “prospettiva stabile”. Se da un lato, finalmente, siamo tutti sereni e certi di non incappare in un nuovo fallimento, dall’altro non riusciamo a vedere quella progettualità che, ad esempio a Crotone, ha consentito di arrivare a conquistare un traguardo di prestigio. Chissà che la “scossa” data dalla famiglia Mirabelli non possa ridare nuova linfa in tal senso. A patto che Guarascio voglia realmente intavolare una trattativa.
Ma ritorniamo ai motivi di cui sopra.
La mancanza di investimenti è un altro fattore. E non parliamo di investimenti di spessore. Il Cosenza, ad oggi, non ha nulla di proprietà se non sei calciatori della prima squadra (gli altri sono in scadenza a fine giugno) e qualche giovane (alcuni di prospettiva). Le strutture sono comunali e i silani si ritrovano, spesso e volentieri, a “vagabondare” di qua e di là alla ricerca di un campo per far giocare i ragazzi del settore giovanile.
Ma non è soltanto questo. Manca anche una filosofia definita. In questi anni il Cosenza non ha puntato su direttori sportivi e allenatori dandogli fiducia e consentendogli di portare avanti progetti (come può, ad esempio, essere capitato ad Ursino sempre a Crotone).
Allo stesso tempo il settore giovanile è stato abbandonato a se stesso e solo ora con Enzo Patania sta ritrovando un’identità. Ed in tal senso va precisato che l’attività della prima squadra non può prescindere dall’educare, essere un modello per il settore giovanile perché i giovani apprendono in gran parte per imitazione. Per questo motivo la prima squadra deve incarnare il modello e la “filosofia” della società. E non solo; il suo allenatore deve rappresentare il punto di riferimento per tutti gli allenatori del settore giovanile, deve essere capace di coinvolgere ed essere fonte di ispirazione. Cosa che, soprattutto nel calcio italiano, difficilmente accade perché gli allenatori che, in base ai risultati, vengono giudicati.
E badate bene, non servono fior di soldoni per vincere. Non servono campioni affermati. Serve un’idea, serve uno stimolo, serve costanza e abnegazione ad un progetto chiaro e definito. Il Leicester di Ranieri insegna. Certo, nessuno chiede al Cosenza di stupire fino a quel punto.
Ma quantomeno che si riesca a coinvolgere la gente con un progetto che sia chiaro una volta per tutte.
Va bene essere figli di un Dio minore, ma quantomeno che quelle poche briciole ci sazino e ci diano speranza per il futuro.

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