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“FRONTIERA” | I pentiti: «Le pescherie di Cosenza devono rifornirsi dai Muto»

“FRONTIERA” | I pentiti: «Le pescherie di Cosenza devono rifornirsi dai Muto»

A corroborare le tesi della Dda di Catanzaro ci pensano i collaboratori di giustizia che descrivono il clima e gli accordi consolidatisi nel passato tra il “Re del Pesce” e la criminalità organizzata cosentina per la commercializzazione dei prodotti ittici.

Il mercato ittico da sempre in mano a Franco Muto. Non è un’affermazione recente che i magistrati della Dda di Catanzaro hanno utilizzato nei giorni scorsi per spiegare ai cronisti presenti il senso delle indagini a carico della famiglia di Cetraro ma sono le motivazioni addotte dai giudici della Corte di Appello di Bari nel 1987 che «nel condannare Franco Muto, per associazione per delinquere cosiddetta semplice, verificarono la sua posizione monopolistica nel mercato del pesce». Da quel giorno, nonostante inchieste, processi e condanne, la situazione non è cambiata. A spiegarlo nelle oltre mille pagine di richiesta di misura cautelare sono i magistrati Vincenzo Luberto, Giovanni Bombardieri, Pierpaolo Bruni e Alessandro Prontera, i quali nel primo capitolo affrontano la questione del pescato. Il centro degli affari è l’Eurofish, confiscata a metà del 2000 ma fino all’altro giorno gestita – secondo gli investigatori del Ros e della sezione Anticrimine di Catanzaro – ancora da Muto con il “placet” degli amministratori giudiziari ritenuti «infedeli», ai quali però il gip Distrettuale Gioia non ha applicato la misura dell’interdizione. Al di là di quello che avviene a Cetraro – filmato e documentato con decine di appostamenti – quello che si constata è la capacità di Muto di imporre la vendita del pesce su quasi tutto il Tirreno cosentino e in particolare a Cosenza e Rende. I dettagli, come sempre, sono narrati dai pentiti che, avendo passato una vita nel girone infernale del crimine organizzato, sanno vita, morte e miracoli di tutti. In particolare, Franco Muto sarebbe l’unico a poter gestire la latitanza di esponenti di spicco della ’ndrangheta calabrese e l’unico «locale di ’ndrangheta riconosciuto dalle più potenti famiglie mafiose del Reggino». A dirlo, tuttavia, non sono solo i vari collaboratori di giustizia cosentini ma di recente lo spessore criminale di Muto è emerso anche nell’inchiesta “Mamma Santissima”, dove il pentito Lauro lo inserisce nella struttura mafiosa denominata “Cosa Nuova”, ovvero la ’ndrangheta unitaria. Tutto ciò non basta, però, a comprendere come il pescato di Cetraro debba finire per forza di cose nelle pescherie cosentine. Magari non in tutte, perché alcune volte si trovano anche prodotti ittici provenienti dallo Jonio cosentino ma sicuramente la maggior parte dei negozi che trattano il pesce – affermano alcuni pentiti – sono costretti a prendere le cassette da Cetraro.

I PENTITI. Adolfo Foggetti riferisce che «nel 2010, ho potuto personalmente verificare che, Orsino Andrea in rappresentanza della famiglia Muto, imponeva il pescato anche a Cosenza, per il tramite dei Di Puppo ed in particolare per il tramite di Francesco di Puppo detto Tyson. Ho trovato questa situazione quando sono uscito dal carcere, ripeto nel 2010, per cui sono nelle condizioni di dirvi quando questa situazione stessa è iniziata. Sono sicuro del fatto che imponessero il pescato sia a Cosenza che a Rende, sia alle pescherie che ai ristoranti. I Di Puppo all’epoca avevano due pescherie: una in via Panebianco» e «l’altra, fra Cosenza e Quattromiglia, gestita dallo stesso Tison». Il “Biondo”, poi, aggiunge: «Presso questa pescheria di Rende, i Di Puppo avevano allestito il centro di stoccaggio del pescato che proveniva da Cetraro. Da lì Tison, a bordo di furgoni frigo, faceva il giro, imponendo il pescato a pescherie ed a ristoranti. Successivamente, non ricordo quando, Umberto Di Puppo e Francesco Di Puppo hanno dismesso le pescherie. Non ho mai conosciuto il motivo ma, comunque, fino al momento in cui ho collaborato con la Giustizia, cioè fino al dicembre 2014, Francesco Tison ha continuato ad imporre il pesce dei Muto, girando a bordo dei furgoni frigorifero. Accennavo al fatto che sono sicuro di questa situazione, perché ne ho parlato con Francesco Di Puppo, con Umberto Di Puppo, ho visto Tison a bordo dei furgoni, inoltre, frequentavo ambedue le pescherie dei Di Puppo, ove, in più occasioni ho visto Orsino Andrea». Secondo i magistrati ulteriori conferme arrivano da un altro collaboratore di giustizia, Giuseppe Montemurro che in uno dei verbali resi alla Dda dichiara che «Giuseppe Fiore ci ha detto quello che da sempre si sa, e cioè che tutto il pescato delle barche della flotta peschereccia cetrarese viene acquistato dai Muto e stivato nei magazzini della palazzina. Nessuno osa contrastare questo monopolio. Il commercio di pescato è amministrato da Forestiero Piermatteo che Giuseppe Fiore ci ha sempre detto essere come un figlio per Franco Muto, vicino al quale è cresciuto». Le dichiarazioni proseguono, spostando il tiro sulla città dei bruzi. «Tutte le pescherie di Cosenza si devono rifornire di pesce dai Muto in virtù di annosi accordi stretti tra Franco Muto ed Ettore Lanzino». Il “dottore” Francesco Galdi, ex commercialista al soldo dei clan cosentini, spiega che «Franco Muto era l’unico referente come locale di ’ndrangheta per tutta la provincia di Cosenza. Pertanto, per ogni questione rilevante occorreva rivolgersi a Cetraro. Ricordo in particolare, fra il 2004/2005, che Gianfranco Bruni mi raccontava di avere ricevuto ordine di non ospitare latitanti, cioè di non dare appoggio a latitanti, senza avere prima interpellato Franco Muto il quale era l’unico considerato in grado di mantenere i latitanti. Queste stesse persone mi hanno sempre riferito del monopolio che Franco Muto aveva ed ha in relazione al mercato ittico. La flotta peschereccia di Cetraro non può consegnare il pescato a persona diversa da Franco Muto». Un altro pentito che racconta fatti di sua conoscenza è Mattia Pulicanò. «Secondo quanto mi riferiva Michele Di Puppo, prendeva il pesce da Cetraro in particolare, dalla pescheria di Franco Muto. Michele Di Puppo mi ha detto pure che, malgrado la carcerazione del figlio di Franco Muto, Luigi, i Muto continuavano a prendere tutto il pescato dai pescherecci del porto di Cetraro. Invero questa circostanza è sempre stata nota in ambito criminale, cioè tutti i malavitosi più importanti, tipo Francesco Patitucci, Mario Gatto, Walter Gianluca Marsico mi hanno sempre riferito che i Muto gestivano tutto il pescato dai pescherecci che non possono venderlo ad altri. Nel 2010, Michele Di Puppo mi ha detto che aveva intenzione di allestire una pescheria ulteriore in via Panebianco a Cosenza, non so se questa pescheria sia stata effettivamente “aperta” perché, nel 2010, ho iniziato a collaborare con la giustizia». Altre dichiarazioni in tal senso sono state fatte da Daniele Lamanna e Angelo Colosso.

LE INDAGINI. I carabinieri del Ros di Salerno in una delle ultime informative mettono nero su bianco che «tutto il pescato viene caricato in furgoni frigorifero che lo trasportano presso i magazzini della ditta individuale Eurofish. Se il pescato non transita per la ditta Eurofish viene smistato da Orsino o Forestiero fuori Regione. I pescatori non hanno scelta: quando arrivano al porto trovano gli uomini della Eurofish che prelevano il pescato. In altre parole: i Muto sono lo snodo obbligato del pescato. Non c’è asta, non c’è contrattazione, tutto avviene in modo meccanico». E il pesce in più doveva essere buttato in mare. (a. a.)

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