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Maxi truffa nel Cosentino, la Cassazione annulla la sentenza di proscioglimento

Maxi truffa nel Cosentino, la Cassazione annulla la sentenza di proscioglimento

La seconda sezione penale della Suprema Corte rinvia gli atti al tribunale di Cosenza per un nuovo corso. Gli ermellini “bacchettano”. «Il criterio di valutazione per il giudice dell’udienza preliminare non è l’innocenza dell’imputato, ma l’inutilità del dibattimento».

La seconda sezione penale della Suprema Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza di proscioglimento emessa il 18 novembre del 2015 dal tribunale di Cosenza a carico di Francesco Filippo Garrafa, Massimo Mazza, Henrrik Prendushi, Tommaso Monterossi, Felice Monterossi, Giuseppe Paonessa, Pier Bartolomeo Caruso e la “Mediterranea Ricerca & Sviluppo s. r. l.”, accusati dalla Procura di Cosenza di truffa ai danni dello Stato. Il pm Giuseppe Visconti una volta lette le motivazioni del gup Sergio Caliò era ricorso al giudizio degli ermellini che hanno ritenuto fondato il reclamo, rinviando gli atti al Palazzo di Giustizia cosentino per un nuovo corso del fascicolo. Tutto riaperto, quindi. Il presidente Matilde Cammino e il relatore Domenico Gallo hanno evidenziato come il tribunale di Cosenza abbia clamorosamente infranto la regola di giudizio relativa al fatto che «il criterio di valutazione per il giudice dell’udienza preliminare non è l’innocenza dell’imputato, ma l’inutilità del dibattimento, anche in presenza di elementi di prova contraddittori od insufficienti. Ne consegue che il giudice, anche in tal caso, deve pronunziare sentenza di non luogo a procedere solo quando sia ragionevolmente prevedibile che gli stessi siano destinati a rimanere tali all’esito del giudizio». In sostanza l’allora gup Caliò si è spinto oltre, entrando nel merito e quindi giudicando “innocenti” gli imputati quando invece doveva decidere sull’utilità o meno del dibattimento. Inoltre, per la Cassazione non sono coerenti le valutazioni edotte circa l’inutilizzabilità di alcune sit presenti nel fascicolo, aggiungendo a tal proposito che «è quantomeno dubbio e non è stato ipotizzato il concorso nella truffa da parte dei collaboratori partecipi al programma ricerca, mentre le false attestazioni in scritture private non costituiscono di per sé reato». Per la seconda sezione penale «sono errate Sono errate, pertanto, le conclusioni a cui è pervenuto il gup in punto di inutilizzabilità delle sit di di Dimizio Vincenzo, De Falco Paolo, Salvo Fulvio, Testachira Marco, Regnoli Rossella».

Secondo la pubblica accusa gli imputati avrebbero indotto in errore i funzionari della Banca concessionaria del Ministero dello Sviluppo Economico per i finanziamenti e le agevolazioni di cui al 2° bando Pia Innovazione – «attraverso artifizi e raggiri, consistiti nell’avere attestato oneri di spesa in parte inesistenti», ancora, «circa la sussistenza dei requisiti necessari per il conseguimento delle predette erogazioni pubbliche dell’importo complessivo di euro 10.328.509,34, così procurando alla “Mediterranea Ricerca & Sviluppo s. r. l.” un ingiusto profitto, con pari danno per il suddetto Ministero, rappresentato dalla percezione indebita dell’importo pari a euro 5.006.672,88». All’epoca dell’udienza preliminare il collegio difensivo aveva sostenuto invece che gli imprenditori coinvolti avessero posto nell’esecuzione della nuova industria tutti i loro beni personali, le loro fideiussioni, i loro soldi. Secondo i difensori non si poteva addebitare un’ipotesi di truffa a chi gli investimenti li aveva compiuti, le opere per intero aveva realizzato, i propri soldi aveva speso. Il giudizio della Cassazione, però, rimette tutto in discussione e così Francesco Filippo Garrafa, Massimo Mazza, Tommaso Monterossi, Felice Monterossi, Giuseppe Paonessa, Pier Bartolomeo Caruso e la “Mediterranea Ricerca & Sviluppo s. r. l.” dovranno attendere ancora per far valere la loro innocenza rispetto ai fatti contestati. Stralciata per difetto di notifica la posizione di Henrrik Prendushi. (a. a.)

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