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“Arberia”, la Cassazione: «Valutare la credibilità dei pentiti Perciaccante e Bevilacqua»

“Arberia”, la Cassazione: «Valutare la credibilità dei pentiti Perciaccante e Bevilacqua»

La Suprema Corte deposita le motivazioni che hanno portato all’annullamento dell’ergastolo per Francesco Abbruzzese, ritenuto dalla Dda il capo degli “zingari” di Cassano all’Jonio. Gli ermellini accendono i riflettori sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che alla luce delle sentenze di secondo grado non risultano capaci di ricostruire la dinamica del delitto e soprattutto la partecipazione dell’imputato stesso al delitto di mafia.

Quale valore bisogna dare ai collaboratori di giustizia in un’indagine? Per i magistrati e gli investigatori nella maggior parte dei casi le dichiarazioni dei pentiti servono solo a confermare il lavoro d’intelligence, ma in altri le propalazioni di chi decide di “saltare il fosso” aprono nuove strade investigative alle procure. L’ultimo esempio è sempre un canale rischioso, perché non sempre ciò che è detto per la prima volta da un pentito è genuino. Ci sono casi in cui le dichiarazioni rese nella fase preliminare delle indagini non coincidono poi con quelle pronunciate in dibattimento. E così, alla lunga, il processo non prende la direzione che vorrebbe la pubblica accusa.

Analizzando il singolo caso e non la sua carriera criminale, possiamo dire che Francesco Abbruzzese alias “Dentuzzo” – secondo la Dda di Catanzaro capo della presunta cosca degli “zingari” nella Sibaritide – chiede giustizia per l’omicidio di Giuseppe Romeo, consumatosi nel luglio del 1999 nel territorio di Cassano alla Ionio. La morte di Romeo è uno dei quattro fatti di sangue oggetto del ben più noto processo “Arberia” (insieme al tentato omicidio di Antonello Esposito ed agli omicidi di Antonio Forastefano e Giovanni Battista Atene, tutti avvenuti a cavallo tra il 1999 ed il 2000). Perché chiede giustizia? Lo accusano di essere il mandante del delitto di mafia, ma già per due volte la Corte Suprema di Cassazione ha annullato l’ergastolo rinviando a una terza sezione della Corte d’Appello di Catanzaro che, gli ermellini si augurano, possa finalmente seguire le indicazioni contenute nelle motivazioni della sentenza pronunciate lo scorso giugno.

Il “fine pena mai” Abbruzzese se lo portava dietro dalla Corte d’Assise di Cosenza che non ebbe alcun dubbio, sentiti i pentiti che da qui a poco vi diremo, nel infliggere la massima pena. Stessa cosa fecero sia la prima e la seconda Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro. Ma oggi la Cassazione mette i paletti ai giudici che andranno a giudicare Francesco Abbruzzese e chiede loro di valutare la credibilità dei pentiti Pasquale Perciaccante e Francesco Bevilacqua alias “Franchino ’i Mafarda”. Sul punto, come spesso avviene, la Suprema Corte è stata molto dura poiché ha spiegato come la precedente sezione penale di secondo grado ha disatteso i parametri che la prima sentenza della Cassazione aveva indicato nelle motivazioni.

E qui torniamo al discorso di condannare gli imputati sulle sole dichiarazioni dei pentiti. Ecco cosa scrivono gli ermellini quando dichiarano fondato il ricorso presentato dall’avvocato Roberta Provenzano del foro di Cosenza e dal professor Giuseppe Antonio Gianzi del foro di Roma, difensori di Abbruzzese. «La Corte di rinvio, invece di rielaborare al riguardo il complessivo materiale probatorio acquisito in causa, secondo l’insegnamento dato da questa Corte con la sentenza di annullamento – salva la valutazione più rigorosa ed adeguatamente motivata delle dichiarazioni rese dai collaboranti sospetti – s’è limitata a poggiare la sua decisione sulle sole dichiarazioni del Perciaccante, corroborate dal racconto de relato dal Bevilacqua (Francesco, alias “Franchino ’i Mafarda”), per altro non puntuale sul fatto effettivamente verificatosi in quanto richiesto di occuparsi della questione in un primo momento ma poi escluso dalla vicenda tanto che è stato assolto dall’imputazione dalla Corte d’Assise, come visto collaboranti soggettivamente credibili». tribunale

SE IL PG APPOGGIA LA DIFESA. A dar peso alla memoria difensiva c’ha pensato anche il procuratore generale della Corte di Cassazione che in quel caso aveva chiesto l’annullamento con rinvio. Insomma, se è la stessa accusa a chiedere un nuovo processo significa che qualcosa precedentemente non è stata fatta nel migliore dei modi. E gli ermellini spiegano cosa si aspettavano dalla seconda sentenza di secondo grado. «Rettamente sia il P.G. che la difesa hanno evidenziato come l’apporto del Perciaccante, ex se, sia stato ritenuto non sufficiente da questa Corte nella sentenza d’annullamento per sostenere la condanna dell’Abbruzzese in ordine all’omicidio Romeo. Difatti questa Corte nella decisione di annullamento con rinvio aveva sottolineato la necessità di un riesame complessivo degli elementi probatori acquisiti in causa ed un tanto assume rilievo significativo in relazione all’omicidio Romeo ponendosi le dichiarazioni dei due collaboratori ritenuti elementi probatori affidabili dai Giudici di rinvio in relazione di successione temporale quanto alle varie fasi dell’azione criminosa vera e propria».

LA CREDIBILITA’ DEI PENTITI. In poche righe la Cassazione apre uno squarcio sulla vicenda processuale, tanto da sottolineare come «la circostanza che dapprima fu chiesto al Bevilacqua di provvedere per l’omicidio conforta di certo in linea generale il narrato del Perciaccante, ma non in modo specifico circa il ruolo dell’Abbruzzese nell’organizzazione dell’azione illecita, effettivamente, posta in essere e che portò all’omicidio. Quindi fondamentale risulta l’apporto del Perciaccante e così la Corte di rinvio doveva confrontarsi in modo particolare con la discrasia significativa nella ricostruzione della sua partecipazione all’azione delittuosa resa dal collaboratore in due momenti diversi – essersi allontanato prima dell’esecuzione ovvero essere stato presente alla stessa». Per gli ermellini le dichiarazioni di Bevilacqua non colmano i vuoti di Perciacciante ai fini di un riscontro esterno tanto che «appare inadeguato a superare il momento critico afferente la credibilità intrinseca del narrato del Perciaccante sull’episodio c’equo». Un ragionamento che porta la quinta sezione penale della Cassazione ad affermare che la contestazione fatta ad Abbruzzese come unico mandante dell’omicidio di Giuseppe Romeo «appare incompleta poiché non utilizza, con le cautele indicate tutto il materiale probatorio all’uopo acquisito, e fa propria spiegazione delle discrasie, presenti nel narrato del Perciaccante, non appagante specie su un particolare – presenza o no all’esecuzione – invero di semplice comprensione e racconto anche per persona di modesto livello culturale». Livello culturale del pentito che l’avvocato Provenzano ha trattato nella sua memoria difensiva, arrivando a scrivere che se uno è a conoscenza di un fatto non è determinante come si esprime in italiano ma cosa racconta e per la difesa sono venute fuori tutte le contraddizioni dei pentiti. Infine la Cassazione chiede alla nuova Corte d’Assise d’Appello di provvedere «anche sul definitivo trattamento sanzionatorio, tenuto conto della prima decisione di questa Corte».

PAROLA ALLA DIFESA. L’avvocato Roberta Provenzano, contattata da Cosenza Channel, ha espresso il suo giudizio. «È stata fatta chiarezza in merito alla reale portata e attendibilità delle propalazioni di due fra i più importanti pentiti della zona ionica e cosentina. Il Supremo Collegio ha sconfessato le dichiarazioni su cui aveva trovato fondamento la sentenza di appello che, dunque, in virtù di tale rivisitazione giuridica, come da noi evidenziato, è illegittima. Tale fondamentale decisione riverbererà i suoi effetti, inevitabilmente, anche nei processi a questo collegato». (a. a.)

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