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Islam, studioso iraniano a Cosenza: «Scontro sciiti-sunniti alimentato da politica»

Islam, studioso iraniano a Cosenza: «Scontro sciiti-sunniti alimentato da politica»

Mohammad Ali Amir-Moezzi, ordinario di studi islamici all’Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi, ha ritirato il Premio Cultura Mediterranea della Fondazione Carical.

Cosenza ha avuto l’onore di ospitare uno dei massimi esperti mondiali in materia di Islamismo e titolare alla Sorbona di Parigi della cattedra che è stata di intellettuali come Louis Massignon ed Henry Corbin. «Lo scontro tra sciiti e sunniti è incoraggiato dalla politica, anche internazionale. E’ come un fuoco che cova sotto le ceneri, chi le agita per ravvivare la fiamma». A parlare è l’iraniano Mohammad Ali Amir-Moezzi, ordinario di studi islamici all’Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi, in città per ritirare il Premio Cultura Mediterranea della Fondazione Carical.

In parte, risponde lui stesso parlando con l’Ansa, «forse ne sono responsabili gli stessi musulmani, perché non hanno assimilato la visione critica della storia e vivono come se si fosse ancora ai tempi della strage di Kerbala». Quel massacro cioè avvenuto nel 680 d.C. nell’attuale Iraq, dove l’Imam Hussein, nipote di Maometto, fu ucciso con i suoi seguaci dalle truppe del Califfo Yazid: un martirio cui si fa risalire la frattura tra sunniti e sciiti e che questi ultimi ricordano ogni anno con i luttuosi, penitenziali e spettacolari riti dell’Ashura. Ma una seconda causa, prosegue lo studioso, sono «gli interessi finanziari esterni. Dopo il crollo del comunismo – osserva – bisognava creare un altro nemico». E dunque, in questo scontro dagli esiti sanguinosi, la fede dei credenti – è il suo pensiero – viene di fatto strumentalizzata per altri fini. Al tempo stesso la percezione del martirio di Hussein «come se Kerbala fosse ancora oggi», nelle parole di Moezzi, si spiega anche con la condizione delle comunità sciite come minoranze storicamente oppresse dalle maggioranze sunnite.

E d’altra parte «oppressi gli sciiti lo restano tuttora – sottolinea il docente iraniano – visto che sono le principali vittime degli attacchi terroristici» nei Paesi islamici, proprio come nella strage di oggi a Baghdad. Una condizione cui ora corrisponde sul piano politico quell’ideologia della difesa degli oppressi – o meglio quella retorica, per Amir-Moezzi – cui l’Iran ricorre per giustificare interventi e alleanze in politica estera. Ma il nodo dello scontro tra sciiti e sunniti sta nell’islam politico, che Moezzi contrappone allo spiritualismo religioso che, dice, esiste non solo tra i primi ma anche tra i secondi. Vi è tuttavia «è una differenza tra l’islam politico sciita e quello sunnita – aggiunge – perché quello sciita è fondato sul razionalismo, e ci puoi discutere. Con quello sunnita non lo puoi fare e da ciò derivano fenomeni come l’Isis e i talebani». E’ dunque nel letteralismo che sta l’insidia, spiega, perché la violenza è presente nei testi dell’Islam come nel Vecchio Testamento. «Fermarsi ad una lettura letterale è pericoloso – sottolinea – occorre creare una distanza con l’interpretazione, come ha fatto la tradizione ebraica». E proprio nell’interpretazione e nell’ermeneutica si trova a suo avviso la natura stessa dello sciismo, rispetto alla quale l’islam politico è stato invece un elemento di rottura. Nelle origini dello sciismo duodecimano praticato in Iran, evidenzia lo studioso, vi è il principio che l’unico ad avere il potere politico è il dodicesimo imam nascosto, e dunque detenere il potere prima del suo ritorno «è ingiusto».

Un principio che lo studioso contrappone al pensiero del fondatore della Repubblica islamica Khomeini, che affida invece il potere alla Guida suprema, secondo il principio del “velayat-e faqih” (il governo del giureconsulto). Ma ormai a Qom, la capitale iraniana del pensiero teologico sciita, il pensiero di Khomeini «è diventato una corrente minoritaria», conclude, anche se è quella che sostiene il potere nella Repubblica islamica.

 

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