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Cappellacci: «A Cosenza sarei rimasto 10 anni. Guarascio? Credete in lui»

Cappellacci: «A Cosenza sarei rimasto 10 anni. Guarascio? Credete in lui»

L’ex tecnico dei Lupi domenica sarà un doppio ex: «Fin da piccolo mi chiamano anticonformista, mi sto convincendo di esserlo. Ho rammarico per come finì, ma fu sbagliato il mercato». 

Andria-Cosenza è il pretesto buono per tirare in ballo un doppio ex, che in Puglia ha vinto due campionati da calciatore, mentre al San Vito è stato protagonista del ritorno in Prima divisione sedendo in panchina. Roberto Cappellacci risponde dalla sua Tortoreto ed è sincero nel confutare le nostre domande così come quando lo faceva da tecnico rossoblù. «Che dice il mio amico Massimo Cerri?» esordisce, ponendo a sorpresa lui il primo quesito. Il Capp ha giocato col ds dei Lupi a Teramo, agli albori della carriera. «Io provenivo dalla Seconda Categoria – ricorda – mentre lui era il capitano. Brava persona, in gamba e seria. Sono contento che sia finito a Cosenza».

E’ da un anno che sta lontano dal campo, le manca la partita?
«Sì, perché stare nel calcio mi piace. E’ un mondo di cui faccio parte. Preferirei avere una squadra, ma col mio lavoro vorrei fosse vicino casa. Non avrei mica grandi pretese».

Cosa fa di preciso?
«Avevo un ristorante prima di scendere giù in Calabria, ma spostandomi l’avevo chiuso momentaneamente. Dopo l’esperienza di Campobasso mi sono rimesso sotto riaprendolo e il tempo passa velocemente».

capp e padre fedeleDomenica c’è Andria-Cosenza, per lei non è un match come gli altri…
«Dell’Andria so poco, dei Lupi invece qualcosa in più. Per ciò che posso seguo il campionato e mi informo sui risultati».

Calciatore concreto e allenatore anticonformista. Che tipo è il Capp in famiglia?
«Come mi comporto nel calcio, lo faccio nella vita privata. Credo che una persona non possa avere una faccia pronta da sfoggiare nelle singole occasioni. Da quando avevo 15 anni mi dicono che sia anticonformista, bene: ho iniziato a credere di esserlo per davvero».

Ha quattro figlie, più dura vincere un campionato o crescere le sue ragazze?
«A loro c’ha sempre pensato mia moglie, non si è mai posto il problema. Quando siedi in panchina è tutto più complicato perché vanno sbrogliate mille matasse.Vincere non dipende dall’allenatore, ma anche dalla società e dai calciatori. I figli, invece, sono una responsabilità da cui non si scappa».

Se pensa al Cosenza, ha qualche rammarico per come è finita la storia?
«Sì, certamente: avrei potuto prendere decisioni diverse. Guarascio aveva nel sottoscritto una fiducia cieca, ma non ho mai ragionato da egoista: veniva prima il bene comune. Diciamo che dal primo giorno della nuova stagione il vento soffiò nel verso sbagliato. Mi amareggia molto, perché Cosenza era la piazza che faceva per me. Mi piaceva la filosofia della gente, il tifo era caldo, il simbolo è il lupo… Per farla breve sarei rimasto 10 anni»

Sente ogni tanto qualcuno da Cosenza?
«Sporadicamente Bruni e Orlandi. Tifo per loro e gli voglio bene. Sanno quanto li stimi».

Ha più parlato con Guarascio?
«No, è un presidente. Gli porto talmente rispetto che non mi metto a chiamare per sapere come va. Quando c’ero io aveva qualche difficoltà di gestione della piazza, ma è un dirigente di alto livello. Cosenza ha trovato un uomo autorevole con cui si possono programmare i livelli successivi».

Il giorno che venne presentato, cogliendo un certo entusiasmo in sala, disse “ho conquistato delle vittorie, ma sono stato esonerato tante volte”. Perché fece il pompiere?
«Perché tutti dicevano bene di me, ma in carriera mi è capitato di vincere o di essere esonerato. Perché pronunciai quelle frasi? Mi dite tutti che sono anticonformista – ride – e mi sono comportato da tale. Sentivo dentro di usare subito la verità, dicendo come stavano le cose. Non ci fu niente di male».

guarascio-cappellacciPerché non girava proprio la squadra?
«Partiamo da ciò che avvenne in C2: non era tutto rose e fiori, ma disputammo lo stesso una stagione da protagonisti assoluti. La domenica non esprimevamo i concetti che avrei voluto, ma chiudemmo il discorso promozione con mesi di anticipo. L’anno dopo ci ritrovammo in una categoria nuova e, anche se dopo il mio esonero il trend si invertì, il mercato non fu condotto in maniera corretta. Con quella squadra io sarei retrocesso, pertanto reputo giusto il cambio di allenatore. Non sto dicendo che non mi dispiacque, anzi mi dispiacque molto perché con Guarascio eravamo pronti a vincere ancora. Invece, sempre e solo per colpa mia, non feci una bella figura. Tornando indietro mi orienterei su altre scelte».

Il suo vice, Marco Ianni, è nello staff di Sarri a Napoli. C’avrebbe scommesso?
«No, ma è un super tifoso del Napoli e questo incarico gli sta a pennello. Se lo merita e spero che faccia carriera. Ha la stoffa giusta per militare in categorie importanti, un po’ come Orlandi che con me cambiò mestiere».

Che progetti ha? A parte tornare in panchina…
«Vorrei continuare ad allenare finché me ne daranno la possibilità. Poi ho la famiglia e i miei pensieri sono rivolti a lei. Il calcio mi aiuterebbe dal punto di vista economico, ma non ho mai avuto la pretesa di arrivare chissà dove. Appese le scarpette al chiodo ho perso molti contatti e se qualcuno si è ricordato di me in passato è perché mi è capitato di vincere senza aiuto. Nessuno a Cappellacci ha mai regalato niente, potete giurarci». (Antonio Clausi)

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