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Tatti: «Il Cosenza fu tutto per me. Gli giurai amore eterno per Marulla e De Rosa»

Tatti: «Il Cosenza fu tutto per me. Gli giurai amore eterno per Marulla e De Rosa»

L’ex capitano rossoblù ricorsa il gol al San Paolo («Pensai solo alla gioia dei tifosi») e racconta delle serate con Apa: «Ridevo quando parlava in dialetto e per le sue battute».

“Prende il palo, la traversa, Tatti-gol, Tatti-gol… butta giù la porta, Tatti-gol”. Bugiardo è chi dice di non aver mai canticchiato il coro che la curva dedicava a Tomaso Tatti ogni domenica. Tomaso, sì, con una sola “m”: questione di un errore all’anagrafe del comune di Teti, uno dei borghi più belli del Gennargentu. E’ tornato in Sardegna una volta appese le scarpette al chiodo e ora fa l’allenatore. Occupa la panchina del San Teodoro, il paese di sua moglie, e lotta per la permanenza in Serie D.
Da calciatore era una seconda punta rapida e sgusciante, perfetto per giostrare al fianco di un centravanti vecchia maniera. L’ex attaccante del Cosenza ha vissuto gli anni più belli al San Vito e ne ha viste di cotte e di crude: è retrocesso, è stato promosso, è stato capitano indossando la fascia che fu di Gigi Marulla, ha segnato in un derby, è andato via, è tornato ed ha legato con la città al punto che gli fu dedicata perfino una copertina del Tam Tam quando stava per essere ceduto. Ha totalizzato 42 gol in maglia rossoblù, molti decisivi come la doppietta al Cesena che evitò un’altra volta la C. Uno in particolare, però, al San Paolo, non lo scorderà mai nessuno.

Tatti, mica lo avrà dimenticato lei?
«E come potrei mai! Quel giorno provai un’adrenalina assurda, non riesco neppure a spiegarla a parole. Arrivammo all’esordio tra i cadetti con una squadra composta da tanti giovani. Avevamo dalla nostra l’entusiasmo e una voglia matta di confrontarci ad alti livelli. Affrontavamo il Napoli, c’erano 40mila persone allo stadio. Fu tutto bellissimo, per me è un ricordo nitido». 

A fine partita qualche suo compagno, nell’enfasi della vittoria disse a Murgita: “noi siamo la capolista”. Che effetto le fece quel pomeriggio?
«Pensai a nulla, se non ai tifosi. Per loro era più importante che per noi. Ci seguirono in massa e il mio primo pensiero fu per quella gente annidata nel settore ospiti. Venivamo da un anno di purgatorio in C1, meritavano quella gioia. Durante il ritorno il mio telefono squillava di continuo, non nego che rientrati a Cosenza festeggiammo un po’». 

Cosenza per lei è stata più un punto di arrivo o di partenza? Del resto ha provato, seppur per poco tempo, anche la Serie A col Perugia…
«Io dico che Cosenza è stata tutta la mia carriera. Il mio calcio è legato ai rossoblù. Ho vissuto al San Vito gli anni più belli, le difficoltà hanno forgiato il mio carattere e mi hanno fatto crescere. Impossibile paragonare l’esperienza in Calabria a quella di Bari, Ferrara o Matera: il confronto non regge». 

Arrivò al San Vito gracilino, si trasformò in una macchina da guerra. Merito di chi?
«Del lavoro, ma ci furono due persone a cui devo dire grazie: Marulla e De Rose. Entrambi mi trasmisero quanto bastava per farmi contestualizzare dove ero capitato. Bisognava lottare, la cosentinità mi fu presentata così». 

Marulla, Margiotta, Lucarelli, Guidoni, Pisano. Chi fu il più forte con cui giocò?
«Marulla, ma non me voglia Cristiano Lucarelli. Gigi, oltre che capitano, per me fu un maestro di vita. Come calciatore era completo in tutto, aveva qualità che gli permettevano di giostrare in più ruoli dell’attacco. Ricordo che ogni anno doveva partire per un motivo o per un altro, invece alla fine restava sempre perché la gente lo amava. E Gigi ricambiava in campo dando fino all’ultima goccia di sudore». 

Chi fu invece il compagno di squadra a cui era maggiormente legato e perché?
«Erano De Rosa e Apa. Facevamo di tutto in ritiro, specialmente con Pasquale. Ridevo a crepapelle quando parlava in dialetto e per le sue battute in vernacolo. Spesso, invece, mi rivolgevo a De Rosa per ricevere dei consigli su come comportarmi fuori dal campo». 

tam-tam-tattiCosa significava essere del Cosenza in quegli anni?
«Era un orgoglio, perché la Serie B fu un’esperienza bellissima. Dopo la retrocessione capimmo tutti che si trattava di un patrimonio inestimabile». 

Mutti o Sonzogni? Risposta secca…
«Come allenatore dico Sonzogni. Per la gestione dello spogliatoio Mutti fu il più bravo in assoluto. Arrivai molto giovane a Cosenza, tanto che Silipo mi voleva mandare via. Mutti, che gli subentrò dopo qualche giornata, mi volle confermare a tutti i costi e restai per lui. Durante la stagione con Sonzogni al timone, visto che nel frattempo ero cresciuto accumulando esperienza, mi si chiedeva anche di gestire il collettivo e di prestare attenzione ad una serie di cose: reputo di aver assolto al mio compito nel migliore dei modi». 

Un giorno, a Reggio Emilia, il Cosenza perse in malo modo compromettendo la salvezza. Lei uscì fuori nel piazzale a calmare i supporter in trasferta promettendo la permanenza in B. Mantenne la parola segnando una doppietta al Cesena all’ultima giornata. Cosa la faceva essere così sicuro di farcela?
«Non ne ero affatto sicuro, ma cercai subito di dare la carica ad un ambiente arrabbiato. C’erano delle difficoltà, serviva una scossa immediata. Singolarmente c’era tanta gente brava a livello tecnico, ma complessivamente soffrivamo la pressione. Servirono i 90’ conclusivi per la matematica». 

Ha un rammarico nella sua carriera da calciatore?
«No. Durante la mia permanenza a Cosenza potevo andare via, ma ho scelto di restare: posso affermare con convinzione che rifarei mille volte la stessa scelta. Ero molto affezionato alla piazza e lo resterò per sempre».

E nella sua avventura a Cosenza, è mancato qualcosa?
«Andare in A con i Lupi sarebbe stato il top». 

Che calciatore sarebbe oggi Tomaso Tatti?
«Uno che si affezionerebbe alla maglia come all’epoca, non sarei in grado di far le valigie ogni estate. Se mi ingaggiasse il Cosenza non lo lascerei nuovamente, nemmeno per i soldi in più che mi offrirono vent’anni fa».

tatti-tomaso-oggiIn campo dove giocherebbe?
«Beh, con i moduli che si utilizzano adesso nel 4-3-3 mi posizionerei largo a sinistra nel tridente. Giusto per rientrare sul destro e per calciare in porta. Nel 4-2-3-1 farei la seconda punta, ma chiederei all’allenatore due ali offensive che si spingano in avanti». 

Qual è la prima regola che insegna ai suoi ragazzi?
«Come comportarsi. Chi si comporta bene nello spogliatoio, lo fa nella vita. Si cementa il gruppo e ne giova in campo. E’ questa la prima cosa da inculcare ai giovani».

Invece la prima che gli racconta?
«Dipende dalle situazioni, ma nelle categorie inferiori gli parlo delle pressioni che c’erano a Cosenza dopo una sconfitta o a margine di un periodo un po’ così. Nei dilettanti devono vivere il calcio per ciò che è: divertimento e passione per lo sport». (Antonio Clausi)

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