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Mendil, rossoblù sempre: «A Cosenza mi chiamavano il piccolo Henry»

Mendil, rossoblù sempre: «A Cosenza mi chiamavano il piccolo Henry»

Dall’intuizione di Ciccio Marino al procuratore donna, dalla doppietta allo Scida («una notte magica») al trasferimento alla Reggina. Il francesino ora è diventato un uomo.

Una sera a Crotone Nassim Mendil siglò una doppietta da sballo in diretta nazionale, con Pierluigi Pardo che non si trattenne nell’enfasi della diretta. Erano i tempi in cui la Serie B stava stretta al Cosenza e si aspettava da un momento all’altro il grande salto verso il paradiso. Mendil fu un’intuizione di Ciccio Marino che lo suggerì al presidente Pagliuso. Arrivò con la città ancora scottata dalla mancata promozione in A e si mise agli ordini di Gigi De Rosa parlando un italiano figlio della precedenti esperienze ad Avellino e Lecco. Un po’ di panchina, qualche apparizione, poi l’avvento di Emiliano Mondonico che lo gettò nella mischia valorizzandolo al massimo. Nel torneo 2001-2002 fu il golden boy a cui si aggrapparono i tifosi, uno dei tanti che di anno in anno transitavano fugacemente dal San Vito. Non era sui generis, ma aveva una peculiarità non molto comune all’epoca: una donna come procuratrice, l’avvocato Roseti. «A volte ne sanno di più degli uomini – dice sorridendo – Annalisa è una persona competente e preparata. Ho ancora oggi un ottimo rapporto con lei e con tutto il suo gruppo. Fu una persona molto disponibile con me, mi tutelava, mi dava consigli. La ricordo con grande affetto. Chissà come sarebbe andata se mi fossi affidato completamente a lei senza poi cambiare agente…». 

Mendil, che darebbe per rivivere la notte di Crotone?
«Una notte bellissima. Vincere il derby in trasferta e in più con una tua doppietta sono esperienze che qualsiasi attaccante vorrebbe vivere».

Quella resta la sua stagione migliore, perché non riuscì a sfondare?
«Quando passai alla Reggina ho avuto un po’ di problemi con il mio nuovo procuratore. A Reggio Calabria mi trovavo bene, ma nell’ultimo quarto d’ora di mercato mi chiamò dicendomi che il Catania era interessato e che secondo lui sarebbe stato meglio per me fare un altro anno in B. Fu un consiglio errato perché Mutti credeva nel sottoscritto al punto di avermi garantito del minutaggio dopo le gare di Coppa Italia. Credo che abbia prevalso l’aspetto economico più che quello sportivo, ma purtroppo il treno non più è passato. Arrivare in Serie A è facile, rimanervi è estremamente difficile».

A Cosenza qualcuno azzardò paragoni ingombranti. Un piccolo Henry, dicevano, e lo ricorda?
«Certo che lo ricordo. Quando ti accostano a certi campioni fa sempre molto piacere».

Lei è nato a Rognac, un piccolo borgo a sud della Francia. E’ lì che ha imparato a giocare a calcio?
«Sì, i primi calci li ho tirati a Rognac, vicino Marsiglia, ma il debutto il Ligue 1 lo feci nel 1999 con il Bastia. Poi, dopo l’esperienza di Avellino e una parentesi al Lecco, ho indossato il rossoblù dove ho vissuto la stagione più importante».

La Francia vive sull’onda di un malessere collettivo, dove le banlieu sono pronte ad esplodere. Lei è di origini algerine, da giovane avvertiva i disagi sociali?
«In Francia non esistono francesi. La Francia è una nazione multirazziale dove non ha senso il razzismo: la nazione ha aperto le porte ad altri popoli che possono essere indistintamente algerini, ebrei o italiani. Esistono conflitti tra Stato e popolo, come ci sono dappertutto. La differenza è che il popolo protesta alla sua maniera, con le buone o con le cattive. Non sono nella testa di chi organizza le sommosse, anche perché non ho mai partecipato ad una di essa. Ritengo tuttavia che se si è in democrazia e qualcosa non va per il verso giusto, ognuno debba essere libero di dire ciò che pensa ed esprimere il proprio pensiero».

Lei si sente francese al 100% o percepisce il richiamo delle sue origini?
«Solo le mie origini sono algerine. Io sono nato in Francia e quindi sono e mi sento francese a tutti gli effetti».  

Da musulmano, che idea si è fatto di ciò che succede nel mondo?
«Non conosco le dinamiche in modo dettagliato. Posso dire che in tutti questi conflitti non c’entrano nulla le religioni. È esclusivamente una questione di soldi, perché petrolio e immigrazione vanno ricondotti sotto tale ottica. Io non voglio pronunciarmi fino in fondo perché chi entra in guerra, sa a cosa va incontro. Quando la Francia ha attaccato la Siria lo scorso ottobre, ha provocato 200mila morti in tre mesi cercando un colpevole. Per catturarlo, però, non si può ammazzare tutta questa gente. Così facendo non possono non aspettarsi determinate reazioni. Questi, ad ogni modo, sono punti di vista molto personali e delicati che andrebbero approfonditi meglio. Alla base, ripeto, c’è il danaro. Nient’altro».

L’Islam e l’Occidente sono davvero due mondi a sé?
«L’Algeria, la Tunisia e il Marocco sono paesi moderni. Come in Italia c’è la mafia, in quelle zone purtroppo esistono gruppi di estremisti. Ma ogni paese ha il suo tallone d’Achille, si pensi al razzismo in America».

«In Francia non esistono francesi. La Francia è una nazione multirazziale dove non ha senso il razzismo. Esistono conflitti tra Stato e popolo. Nei vari conflitti sparsi per il mondo non c’entrano nulla le religioni. È esclusivamente una questione di denaro: non si possono ammazzare 200mila civili per trovare un colpevole».

nassim-mendil-figurina-paniniTorniamo al calcio, gioca ancora?
«Sì in questa stagione gioco ad Ischia, in Serie D».

Cosa le ha lasciato in eredità Cosenza?
«Sicuramente il più bel ricordo è legato alla tifoseria. Sono stato molto bene in città. Mi hanno dato tanto. Ho tanti amici, adoro i calabresi. Calcisticamente potevo dare di più, ho sofferto la panchina dopo il periodo magico che ho attraversato. Mondonico mi fece stare in panchina per rifiatare un po’. Questa cosa mi ha condizionato perché non me l’aspettavo, dopo ho iniziato ad avere problemi di rendimento».

Quando si trasferì alla Reggina in molti non la presero bene…
«Il cambiare colori a volte conviene a tutti. Alla società che fa cassa e al giocatore che sale di categoria. Nel calcio è una cosa normale. L’importante è sudare sempre la maglia con la quale si gioca e dare sempre il massimo».

Mendil, che tipo era Mondonico?
«Tecnico preparato tatticamente e moralmente. Una bravissima persona. Posso parlare solo bene di lui. È un uomo che ricordo con affetto».

Lo ha più sentito?«Ci siamo rivisti quando lui era a Cremona e l’anno seguente a Catania. Ci siamo salutati e abbracciati per bene».

Meglio la doppietta di Crotone o quel gol a Messina?
«Tutti i gol danno sensazioni particolari. Vincere il derby è qualcosa di unico che ti rimane. Resti nella storia del club, sono quelle partite che uno prepara tutta la settimana per non sbagliarle e farsi trovare pronto».

Al suo fianco c’erano Lentini e Strada, nello staff tecnico Marulla. Ha conosciuto la storia del Cosenza in un solo anno, lo sa?
«Sono orgoglioso di aver giocato con questi calciatori. Per Gigi, in particolare, provo affetto. Non era mai arrabbiato, era sempre sereno e mi aveva preso a cuore. È stata una perdita enorme». (Francesco Pellicori)

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