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Maxi truffa nel Cosentino, rinviati a giudizio tutti gli indagati

Maxi truffa nel Cosentino, rinviati a giudizio tutti gli indagati

Dopo la sentenza della Corte di Cassazione, il gup del tribunale di Cosenza accoglie la richiesta di rinvio a giudizio formulata dalla procura di Cosenza e manda a processo sette degli otto indagati dell’inchiesta su una presunta maxi truffa ai danni dello Stato, coordinata dal pubblico ministero Giuseppe Visconti. 

Il giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Cosenza ha accolto la richiesta della procura di Cosenza di rinviare a giudizio gli otto indagati dell’inchiesta sulla società “Mediterranea” da cui – ipotizzano gli inquirenti – sarebbe generata una maxi truffa ai danni dello Stato. A processo vanno quindi Francesco Filippo Garrafa, Massimo Mazza, Tommaso Monterossi, Felice Monterossi, Giuseppe Paonessa, Pier Bartolomeo Caruso e la “Mediterranea Ricerca & Sviluppo s. r. l.” che oltre un anno fa ottennero una sentenza di non luogo a procedere emessa dal gup Sergio Caliò che fu impugnata dal pm Giuseppe Visconti, al quale la Suprema Corte di Cassazione diede ragione annullando con rinvio il provvedimento assunto dal tribunale di Cosenza. Il processo inizierà il prossimo 21 marzo davanti a un giudice monocratico.

Secondo l’accusa gli imputati avrebbero indotto in errore i funzionari della Banca concessionaria del Ministero dello Sviluppo Economico per i finanziamenti e le agevolazioni di cui al 2° bando Pia Innovazione – «attraverso artifizi e raggiri, consistiti nell’avere attestato oneri di spesa in parte inesistenti», ancora, «circa la sussistenza dei requisiti necessari per il conseguimento delle predette erogazioni pubbliche dell’importo complessivo di euro 10.328.509,34, così procurando alla “Mediterranea Ricerca & Sviluppo s. r. l.” un ingiusto profitto, con pari danno per il suddetto Ministero, rappresentato dalla percezione indebita dell’importo pari a euro 5.006.672,88».

All’epoca della prima udienza preliminare il collegio difensivo aveva sostenuto invece che gli imprenditori coinvolti avessero posto nell’esecuzione della nuova industria tutti i loro beni personali, le loro fideiussioni, i loro soldi. Secondo i difensori non si poteva addebitare un’ipotesi di truffa a chi gli investimenti li aveva compiuti, le opere per intero aveva realizzato, i propri soldi aveva speso. Linea difensiva che dunque dovrà confrontarsi con le prove che la procura di Cosenza sarà obbligata a portare in dibattimento al fine di ottenere una sentenza di condanna. (a. a.)

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