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Strada e quel maledetto Chievo-Cosenza: «Se non ci fossimo fatti male io e Lentini…»

Strada e quel maledetto Chievo-Cosenza: «Se non ci fossimo fatti male io e Lentini…»

L’ex fantasista dei Lupi: «Al posto loro potevamo esserci noi. Con Roselli ho vinto a Cremona, è uno che si esalta nelle difficoltà. In estate poteva venire mio figlio, ma magari a gennaio…».

C’è mancato davvero poco che un altro Strada finisse nello spogliatoio del Cosenza. Filippo, a distanza di quasi 15 anni, era pronto a seguire le orme del papà Pietro. Lo zar al San Vito lo ricordano un po’ tutti. Classe da vendere, eleganza, dribbling e quell’inclinazione naturale a sfornare assist a ripetizione. Nemmeno il tempo di girare lo sguardo dall’altra parte del campo che si incrociava quello di Lentini. Era un bel vedere con due ali così, ne sa qualcosa Bortolo Mutti che si affidò completamente ai calciatori di maggior talento forse mai transitati a queste latitudini.
Nell’ottobre del 2000 era ancora del Parma, ma i ducali come al solito non lesinarono trattative sul mercato. Scambiarono Dino Baggio per Sensini con la Lazio e diedero Diego Husain al Napoli. Poi Pagliuso chiamò Tanzi e chiese di Strada. «Ok, te lo do – disse il cavaliere – Facciamo trasferimento definitivo, però». Boom, i titoloni sui giornali dell’epoca fioccarono.

Strada, in quei giorni prevalse il rammarico per l’addio alla Serie A o la curiosità per una nuova avventura?
«Credo nessuna delle due cose. Per me quei frangenti furono importanti perché trovai una società che mi diede fiducia. Venivo da una serie di infortuni, ma nonostante ciò qualcuno ha creduto in me. Al Parma ero ai margini, fu una bella opportunità pertanto».

Arrivò in una squadra prima in classifica e lanciata verso la promozione. Chi la convinse ad accettare?
«La posizione del Cosenza fu determinante. Era l’ultimo giorno di mercato, lo ricordo bene. Fu una trattativa lampo. Il mio agente all’epoca era lo stesso di Buffon (Silvano Martina, ndr) e mi chiamò dicendomi che avevo un’offerta concreta dai rossoblù. Titubai per qualche minuto perché mia moglie era incinta e fino ad allora era sempre venuta con me. Il primo pensiero lo rivolsi a lei, non volevo farle affrontare in quelle condizioni un altro trasloco. Lei, però, fu irremovibile ed esclamò: andiamo! Col Cosenza ci venimmo incontro dal punto di vista economico e il Parma partecipò al mio stipendio per la prima stagione. Per quel trasferimento mi beccai delle maledizioni…».

Da chi?
«Dal proprietario della casa dove vivevo a Parma. Brescia, la mia città, dista solo 120 km e avevo deciso di aspettare gli eventi visto che la situazione era borderline. C’erano state delle trattative interrotte di colpo e il rischio di restare in gialloblù era concreto. Allora andai a vivere in affitto e arredai perfino le stanze. Ci rimisi la caparra e mi piovvero addosso imprecazioni».

Che mondo trovò dall’altra parte dello Stivale?
«L’approccio non fu dei migliori: ero fermo da un po’ e impiegai del tempo per carburare. Poi ingranai la marcia giusta, peccato che nelle ultime giornate io e Lentini ci infortunammo insieme. Sono del parere che con noi due in campo e con la squadra al completo, avremmo avuto qualche chance in più di andare in A. A Verona col Chievo vincevamo 1-0, è una fotografia ancora nitida per me. Se avessimo sbancato il Bentegodi, sarebbe stata la svolta definitiva».

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 Il ritaglio della Gazzetta del Sud del 30 ottobre 2000

Una volta appese la scarpette al chiodo si cimentò nella carriera di consulente finanziario. Come è andata?
«La porto avanti tutt’ora. Avevo la possibilità di entrare nella dirigenza del Brescia, ma alcuni amici mi spinsero a diventare agente di leasing. Ora opero nell’ambiente assicurativo: un campo leggermente diverso, ma simile. E’ stata un’esperienza bellissima e formativa, l’ho vissuta molto bene specialmente per staccare un attimo dallo spogliatoio».

Perché alla fine è tornato nel calcio?
«Perché la famiglia Corioni me ne diede l’opportunità. Dal 2012 al 2015 ho curato il vivaio del Brescia. In concomitanza del cambio di proprietà, i nuovi soci hanno fatto poi delle scelte diverse».

Lei è l’uomo dei settori giovanili: per anni responsabile di quello dei biancazzurri, ora della Feralpi Salò. A fare il ds della prima squadra ha mai pensato?
«Non nego che mi piacerebbe e che in futuro potrei prendere in considerazione la cosa. Ho seguito il corso di direttore sportivo nel 2012, c’era Stefano Fiore con me. Il problema è legato alla mia famiglia: la scelta di fermarmi a Brescia e dintorni è stata pienamente condivisa. Per lavorare da ds dovrei invece tornare a vagabondare in giro per l’Italia. Magari lo farò più in là, con i miei figli più grandi…».

A proposito di suo figlio, in estate Filippo fu vicino al Cosenza. Lo sa?
«Sì. Si presentò questa opportunità, poi saltata per risvolti di mercato. A me avrebbe fatto grande piacere perché ricordo il San Vito come un ambiente molto positivo. Sarebbe stato fondamentale per lui essere allenato da Roselli, ma il Brescia mi pare non abbia concesso la valorizzazione. Mi è dispiaciuto, adesso ha bisogno di giocare dopo aver fatto un precampionato cio fiocchi».

A 18 anni era più forte lei o lo è suo figlio?
«Mio figlio è più una seconda punta, anche se ad inizio carriera lo ero pure io. A differenza mia lui fa gol e vive per questo. Ha una grande cattiveria agonistica, ma è difficile fare paragoni. Dove arriverà è impossibile dirlo, ci sono mille variabili per sbagliare la previsione».

Come ha reagito quando le ha detto che avrebbe voluto imitarla?
«E’ nato col pallone tra i piedi in un parco a Cosenza. E’ predisposto per qualsiasi sport, ma si è indirizzato da solo verso il calcio. Essendo io bresciano di nascita, ci tenevo che facesse qui la trafila nelle giovanili. Non se ne è mai parlato, è qualcosa che è venuto da sé».

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Pietro e Filippo Strada in un recente scatto (ilbellodellosport.it)

C’è chi giura che Strada era ad un passo dalla convocazione per i Mondiali di Francia ’98. E’ vero?
«Quell’anno raggiunsi l’apice della mi carriera a Parma giocando in Champions League. In sede fu recapitata una pre-convocazione per Italia-Paraguay, ma qualche giorno prima a Dortmund in Coppa dei Campioni mi ruppi il crociato. Al mio posto venne chiamato Moriero che nell’amichevole con i sudamericani realizzò due gol, uno dei quali in rovesciata. Il resto è storia. Il mio rammarico è che a distanza di qualche settimana il ct Maldini parlò di me sulla Gazzetta dello Sport. Svelò di avermi seguito per l’intero campionato e che avrei potuto far parte della spedizione. Purtroppo quell’infortunio segnò il mio declino e da quel momento in poi non giocai più a certi livelli».

Ha visto tanti campioni in A, il più forte chi fu?
«Ronaldo, il Fenomeno. Per potenza, eleganza e concretezza era il calciatore più impressionante mai ammirato. Sono stato compagno di squadra di Buffon e Thuram, eppure chi meritava un avvenire diverso era Milan Rapajic: eravamo insieme a Perugia. Affrontava gli allenamenti con superficialità, se fosse stato più “professionista” avrebbe raggiunto vette pazzesche, credete a me».

Lei ha giocato dalla A alla C2, come sono cambiati i tempi da quando indossava i calzoncini?
«Tocco con mano le difficoltà dei nostri ragazzi. Ai miei tempi le squadre erano molte di più e c’erano meno stranieri. Un altro grosso problema è lo spazio ridotto in Lega Pro, la Serie D acquisterà sempre più importanza».

Perché in Italia sono rari i casi in cui su punta sul vivaio?
«Perché i presidenti hanno fretta e quando c’è la fretta, non può esserci settore giovanile. Questo tipo di lavoro va giudicato negli anni: una società professionistica non di grande livello deve basare la propria mission sulla valorizzazione dei calciatori. Non ci sono risorse, però, e un presidente spende per la prima squadra evitando di investire su campi e strutture».

Oltre a Brescia e Atalanta chi attua politiche virtuose?
«Ultimamente anche società di vertice come Milan e Inter. La Roma investe tantissimo e ogni anno sforna calciatori a iosa».

roselli a cremona
Giorgio Roselli ai tempi della Cremonese quando allenava Pietro Strada

In panchina al Marulla c’è una suo vecchio allenatore. Giorgio Roselli…
«Abbiamo un ottimo rapporto, mi ha allenato a Cremona e l’ho sentito proprio l’altro giorno. All’epoca avevo appena perso una finale playoff per la B contro il Cesena, lui aveva vinto la C2. Alla Cremonese disputammo un torneo strepitoso, forse quello che mi diede maggiori soddisfazioni. Trionfammo in modo eclatante, eravamo un rullo e Roselli fu l’artefice di quella grande cavalcata. Lo reputo una persona capace che si esalta nelle difficoltà. E’ incredibile come il calcio sia una ruota che gira».

Si spieghi meglio.
«Roselli mi utilizzava da metronomo. Ma sapete dove mi fu predetta questa cosa? A Cosenza, dal preparatore atletico dell’epoca Franco De Rose. Iniziò a dirmi che avrei dovuto re-inventarmi playmaker per allungare la carriera, fin quando non conobbi Roselli che mi sistemò proprio lì».

Sta seguendo il campionato?
«Il Cosenza sta disputando un ottimo cammino alle spalle delle compagini costruite per vincere. Magari arriva mio figlio a gennaio, chi lo sa…».

E’ più tornato a Cosenza?
«No, ne parlavo con mia moglie qualche tempo fa. E’ un viaggio che mi sono promesso di fare: ho tanti amici da quelle parti».

Ha qualche rammarico dell’esperienza in Calabria?
«Sicuramente sì. La favola del Chievo poteva viverla il Cosenza. L’anno seguente furono prese decisioni avventate. De Rosa non lo avrei esonerato, perché partimmo molto bene e la scelta di sollevarlo dall’incarico non fu azzeccata. Il gruppo era forte e ben assortito, peccato». (Antonio Clausi)

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